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Come una bugia ripetuta sette volte diventa realtà

Wie eine siebenmal wiederholte Lüge Wahrheit werden kann: Über die moderne Realitätswahrnehmung der Ökonomie

 

della "nostra inviata" a Greifswald  Barbara Muraca

Deutsch von Barbara Muraca & Daniela Papenberg

Una volta, quando si parlava di Realpolitik ci si riferiva il più delle volte alle necessità imposte alle scelte politiche da condizionamenti di natura diplomatica o strategica. Oggi la “realtà” di cui si parla si riferisce invece quasi esclusivamente alle costrizioni di ordine economico. La dimensione economica è diventata il terreno sul quale si combattono le battaglie dei diritti, dei doveri e della solidarietà. Le decisioni si prendono in base alle congiunture, alle leggi di mercato e, soprattutto, alle direttive imposte ai paesi membri da organizzazioni mondiali come il WTO o la Banca Mondiale. Per qualsiasi progetto è necessario presentare in prima istanza un’analisi di costi e benefici. L’imperativo della crescita sembra essere la sola via di uscita dalla crisi. Produrre di più, consumare di più.

La realtà di cui parla l’economia si regge su alcuni presupposti fondamentali. Innanzitutto è considerata come un mondo di relazioni materiali tra individui autonomi e indipendenti, consapevoli dei loro desideri e bisogni e perfettamente razionali. Tali individui sono strutturalmente orientati a soddisfare il proprio interesse personale all’interno di un mondo pensato secondo le leggi della fisica classica newtoniana, retto da leggi universali armoniche. Il mercato è il luogo delle libere transazioni di tali individui perfettamente informati, consapevoli e interessati ad una massimizzazione del loro utile. Se lasciato completamente libero, il mercato si autoregola, la “mano invisibile” (Adam Smith) fa sì che gli interessi dei singoli confluiscano in un benessere generale.

La teoria dell’economia neoclassica, sostenuta dalla Chicago School of Economics e cresciuta in forza ed influenza negli ultimi trent’anni, riprende e completa le assunzioni di base del liberismo classico. Di fronte alla povertà radicale, che sembrerebbe a prima vista negare il presupposto smithiano di armonia universale, l’economia fa riferimento a un problema di allocazione dei beni e non di distribuzione (questioni etiche o di giustizia sono considerate esterne alla scienza economica, in quanto poco oggettivabili e certamente non calcolabili in termini quantitativi): crescita economica e gestione efficiente della produzione sono le uniche vie di soluzione del problema della povertà. I numeri parlano: il modo più “scientifico” per misurare il benessere della gente nei diversi paesi è ricorrere al calcolo del prodotto nazionale lordo (altre variabili, appunto, risultano difficilmente quantificabili). Più ricco è un paese, maggiore è il benessere dei suoi abitanti, comanda l’equazione. Il PNL si calcola in base al totale delle transazioni economiche effettuate, indifferentemente dal tipo di transazione. Spese per riequilibrare i costi della crescita economica (disinquinamento di fiumi, compensazioni per espropri in vista della costruzione di strade, spese sanitarie) vengono calcolate come fattori positivi che contribuiscono ad aumentare il PNL. Come dire che il benessere di una famiglia si misura sull’entità delle spese mediche che sostiene o sulle volte in cui si è ricostruita la casa perché è bruciata!

Crescita ed efficienza tecnologica sono il diktat del nuovo realismo. Il mercato cresce e la sua crescita, alla lunga, porta benessere a tutti. Per questo ci troviamo di fronte ad una crisi economica quando il mercato rallenta la corsa. L’idea di una crescita infinita si regge sul fatto che la produzione attraverso il lavoro genera un plus-valore che viene consumato al momento della vendita e dell’utilizzo di un prodotto. Infinita è la quantità di plusvalore che può essere aggiunto alla passività della materia grezza a disposizione dell’attività umana ed infinita è la possibilità di consumo. Infinite sono anche le risorse, dato che l’input di energie e materie prime, per definizione stessa della scienza economica, viene considerato una mera “esternalità”, così come esterno è l’output, le emissioni o lo smaltimento dei residui di produzione. La natura sforna infinite risorse e assorbe infinitamente i resti della nostra attività produttiva. Raramente i costi di queste esternalità vengono calcolati nei bilanci costi-benefici di un prodotto (altrimenti il polistirolo, che praticamente non è smaltibile, dovrebbe avere un prezzo astronomico, cosa che evidentemente non è). Questa assunzione si basa su un equivoco fondamentale: l’idea cioè che il ciclo risorse-consumo sia infinito come quello tra produzione e consumo. Se gli economisti avessero studiato una cosa banale come la seconda legge della termodinamica saprebbero che invece non è così: ogni processo utilizza una differenza di energia e tende alla fine ad uno stato di equilibrio che i fisici chiamano entropia. Tutti sanno che in due contenitori di acqua a diverse temperature il calore dall’acqua calda passa a quella fredda e non viceversa e che, quando entrambi i contenitori hanno raggiunto la medesima temperatura, non può più accadere nulla. Il processo è irreversibile, a meno che non venga introdotta ulteriore energia dall’esterno.

La legge dell’entropia, che condiziona l’intero nostro universo, non fa eccezioni nemmeno di fronte alla “realtà” economica. Le risorse e l’energia disponibili non sono infinite né riottenibili, la crescita non può pertanto essere illimitata, ha invece dei limiti intrinseci che nemmeno la Realpolitik è in grado di infrangere.

Der Begriff „Realpolitik“ bezeichnete früher u.a. die BEI politischen Entscheidungen diktierten Bedingungen diplomatischer oder strategischer Art. Heutzutage bezieht sich das Wort „real“ fast ausschließlich auf ökonomische Zwänge. Die ökonomische Sphäre repräsentiert nämlich das Hauptschlachtfeld, auf dem um Rechte, Pflichten und Solidaritätsansprüche gekämpft wird. Entscheidungen jeglicher Art werden im Hinblick auf Konjunkturen, Marktgesetze und vor allem auf von internationalen Organisationen wie WTO und Weltbank aufgestellten Richtlinien getroffen, die die Mitgliedstaaten befolgen müssen. Ohne Kosten-Nutzen-Analyse dürfen keine Projekte konzipiert werden. Wachstum ist das Zauberwort, das aus der Wirtschaftskrise heraushelfen soll. Die Devise heißt: Noch mehr produzieren, noch mehr konsumieren.

Die von der Ökonomie erzeugte Realität beruht auf bestimmten Grundvoraussetzungen. Danach besteht die Welt aus bloßen materiellen Verhältnissen zwischen autonomen, unabhängigen, sich der eigenen Wünsche und Bedürfnisse vollkommen bewussten rationalen Individuen. Individuen, die von Natur aus zur Befriedigung ihrer Privatinteressen neigen und eine nach den universalen und harmonischen Naturgesetzen Newton’scher Physik funktionierende Welt bewohnen. Der Markt wird als Ort freier Verhandlungen zwischen perfekt informierten, selbstbewussten und an Nutzenmaximierung interessierten Individuen betrachtet. Der von jeglichen Bindungen befreite Markt reguliere sich selbst: Eine „unsichtbare Hand“ (Adam Smith) werde schon dafür sorgen, dass der persönliche Nutzen des Einzelnen wie von selbst in das Gemeinwohl einfließt.

Die von der Chicago School of Economics vertretene neoklassische Schule der Ökonomie, die in den letzten dreißig Jahren immer einflussreicher geworden ist, vervollständigte die Grundannahmen des klassischen Liberismus. Die Tatsache radikaler Armut, die der Smith’schen Grundannahme einer universellen Harmonie zu widersprechen scheint, wird von neoklassischen Ökonomen nicht als Verteilungs-, sondern als bloßes Allokationsproblem beschrieben (Fragen der Ethik oder Gerechtigkeit werden von der Wirtschaftswissenschaft als „extern“ betrachtet, da sie weder objektiv noch quantifizierbar sind): Ökonomisches Wachstum und Produktionseffizienz erscheinen als einzige Lösungswege. Nur Zahlen sind letztendlich aussagekräftig: Um den Lebensstandard der Menschen in verschiedenen Ländern „wissenschaftlich“ zu berechnen, wird das Bruttosozialprodukt kalkuliert. Andere Variabeln gelten als schwer quantifizierbar. Je reicher ein Land, desto höher der Lebensstandard seiner BürgerInnen, diktiert die Gleichung. Da die Berechnung des Bruttosozialprodukts jedoch auf der Summe aller getätigten Wirtschaftstransaktionen, ungeachtet ihrer Art, beruht, werden Ausgaben für den Ausgleich der Nebenwirkungen ökonomischen Wachstums (wie Entgiftungsmaßnahmen, Kompensationen für Enteignungen wegen Straßenbaus, Gesundheitskosten usw.) ebenfalls als positive Faktoren für eine Bruttosozialprodukts-steigerung mitkalkuliert – so, als würde man den Wohlstand einer Familie an der Höhe ihrer Krankheitskosten oder gar an der Häufigkeit messen, mit der sie das durch Feuer zerstörte Eigenheim wieder aufbaut.

Der neue Realismus diktiert Wachstum und technologische Effizienz. So wächst der Markt, und dieses Wachstum wird langfristig allen Menschen Wohlstand sichern. Aus diesem Grund verursacht jede Verlangsamung des Marktwachstums eine Wirtschaftskrise. Der Glaube an unendliches Wachstum beruht auf der Annahme, dass Mehrwert im Produktionskreislauf im Grunde durch Arbeit generiert wird. Dieser Mehrwert wird dann beim Kauf und Verbrauch des Produkts konsumiert. Da die Menge an Mehrwert, die einem zur Verfügung stehenden, passiven Rohstoff durch menschliche Tätigkeit hinzugefügt wird, virtuell unendlich ist, sind es auch die Konsummöglichkeiten. Als unendlich gelten auch Naturressourcen, da sowohl der Input an Rohstoffen und Energie als auch der Output in Form von Entsorgung und Emissionen von der neoklassischen Wirtschaftswissenschaft als bloße „Externalitäten“ betrachtet werden. Die Natur gilt als unendliche Ressourcenquelle und als Depot für Produktionsreste. Selten werden diese Externalitäten in der Kosten-Nutzen-Analyse eines Produktes mitberechnet (sonst wäre etwa Styropor unbezahlbar, da es nur sehr schwer entsorgt werden kann).

Dem Glauben an ein unendliches Wachstum liegt ein grundsätzliches Missverständnis zugrunde, und zwar die Annahme, der Ressourcen-Konsum-Kreislauf sei genauso unendlich wie der von Produktion und Konsum. Wären Ökonomen des zweiten Gesetzes der Thermodynamik kundig, wüssten sie, dass dies nicht der Fall sein kann: Prozesse jeglicher Art nutzen Energieunterschiede aus und neigen im Endstatus zu einem Gleichgewicht – in der Physik als „Entropie“ bezeichnet. Wie wir wissen, wird zwischen zwei ungleich warmen Wasserbehältern die thermische Energie ausschließlich vom wärmeren zum kälteren übertragen. Sobald beide Behälter dieselbe Temperatur erreicht haben, kann nichts mehr geschehen. Dieser Prozess ist irreversibel, es sei denn, neue Energie wird von außen zugeführt.

Das Entropiegesetz gilt im ganzen Universum und macht auch für die „Realität“ der Ökonomen keine Ausnahmen. Da Ressourcen und verfügbare Energie weder unendlich noch wieder gewinnbar sind, kann Wachstum nicht unbegrenzt sein. Es unterliegt vielmehr inneren Grenzen, die nicht einmal die Realpolitik überschreiten darf.