L'Aspromonte di Corrado Alvaro
Eine Landschaft Kalabriens und ihr Schriftsteller
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di Donatella Brioschi |
Deutsch von Christine Gräbe |
| Aspromonte.
Un nome che ancora oggi mette paura perché indissolubilmente legato
al ricordo dei sequestri di persona e sconosciuto ai più, invece,
per le sue bellezze naturali. Riserva di rare specie floro-faunistiche, rilievi
a tratti alpini, ma anche montani, paesi di grande interesse. La parte
meridionale di questa zona è il centro della minoranza linguistica
dei Grecanici, i quali cercano tuttoggi di far sopravvivere le loro
tradizioni. Parco nazionale dal 1994, lAspromonte è diventato
meta di escursionisti per i suoi sentieri tra paesaggi incantevoli. Una zona
sempre sottovalutata e quasi dimenticata per le troppe vicende di
ndrangheta e rapimenti che ora sta lentamente facendo affiorare
i suoi aspetti migliori, pur essendo difficile dimenticare tutto ciò
che quel nome ha sempre rappresentato. E la migliore testimonianza letteraria
del suo periodo oscuro fu resa da Corrado Alvaro, scrittore nato nel 1895
a S. Luca e morto a Roma nel 1956. Calabrese nel profondo del suo animo,
ma anche aperto a nuovi orizzonti, cercò di diffondere una realtà
che lui solo conosceva bene perché forte era la sua esperienza di
vita in quei luoghi. Molte furono le opere che pubblicò, ma una in
particolare, Gente in Aspromonte, ci rimanda immediatamente a lui.
La serie di racconti fu iniziata in Germania, a Berlino, dove si trasferì
per un periodo come collaboratore del Berliner Tagesblatt e della
Weltbühne. Proprio lì, nel 1930, lo scrittore assisté
ai primi movimenti del fenomeno nazista, dal quale prese subito le distanze.
Quel soggiorno fu anche loccasione per fargli conoscere un mondo diverso
dal suo e consentirgli di creare un ponte fra la cultura mitteleuropea e
la letteratura meridionale, questultima così retriva e piena
di remore. Nel racconto Solitudine, infatti, descrive il forte contrasto
caratteriale tra un meridionale e una donna nordica, lincontro-scontro
tra la chiusura insita nellanimo delluomo calabrese e il mondo
della donna del nord.
Nelle sue opere sono presenti tutti i temi già affrontati da Verga nel ciclo dei vinti, ma ancora più vivo è il sentimento disolamento del mondo calabrese, la sua realtà geografica e la questione meridionale, diventata urgente già subito dopo lUnità dItalia. I suoi personaggi combattono un nemico difficile da sconfiggere: il privilegio dei ricchi e di chi possiede la terra. È inutile cercare di sfuggire a un destino schiacciante come quello del pastore costretto a mendicare presso il padrone ciò che gli spetta di diritto. Le forti gerarchie allinterno della società impediscono di trovare una via di uscita e tutto si rivolta contro chi voglia contrastare una legge fatta di soprusi e minacce. Ritorna quindi anche se in modo diverso la figura del vinto che, a ogni richiesta di giustizia, cozza contro un muro di silenzio. A quel punto, per farsi rispettare, non resta che la delinquenza. Gente in Aspromonte fu bandito dal fascismo, come capitò ai libri di altri scrittori in quel tempo. La sua linea introspettiva non piacque al regime che, dopo uniniziale accoglienza positiva, lo ritenne sovversivo perché legato a temi che si allontanavano troppo dal conformismo dellepoca. Il mondo esteriore è lo specchio di quello interiore e Alvaro seppe cogliere e mettere in evidenza tutte le caratteristiche dei suoi conterranei. La riservatezza, la convinzione di essere lontani dai centri di potere, il senso di abbandono e di disperazione, la sofferenza continua nel cercare di scappare dallabbrutimento del lavoro quotidiano Per lo scrittore fu sempre importante evidenziare le motivazioni di quel disagio, non tanto legato alla natura delluomo, ma piuttosto allasprezza dei luoghi e alle condizioni sociali. Anche nelle sue prime poesie Alvaro vide nella prima Guerra mondiale loccasione per descrivere il tentativo di fuggire al nord e combattere per la patria, unico momento per allontanarsi da tutto e crearsi un ideale. Ma anche questo fu delusione. Egli stesso subì sulla propria pelle la voragine di quellillusione che lasciò dietro di sé solo morte. Dapprima ci credette, ma poi se ne allontanò per sempre. Nei racconti La siepe e lorto del 1920 compare la figura dellemigrante ai margini e la nostalgia per la terra lontana, la rinuncia del riscatto e il ritorno a casa. Fu proprio la sua volontà di scavare negli angoli della memoria a consentirgli uno spaccato reale della situazione del tempo, dove cè poco spazio per un incontro lirico con la natura e la bellezza dei paesaggi. Il suo tono pessimistico cercò di scendere a patti con la finzione, ma i compromessi furono deboli, anche se cercò di dissimulare la realtà. In tutto questo cè la Calabria di Alvaro, ma ancora di più è presente la questione meridionale a tuttoggi non risolta. Forse adesso, se lo scrittore potesse vedere la sua terra, direbbe che il monumento a lui dedicato sul lungomare di Reggio Calabria non lo rende felice. A cosè servito il suo impegno nel denunciare i soprusi e le ingiustizie se a distanza di anni troppo poco è cambiato?
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Aspromonte.
Ein Name, der noch heute Schaudern läßt, ist mit ihm doch die
Erinnerung an die Entführungen vieler Menschen aufs Engste verbunden.
Unbekannt hingegen sind den meisten die Schönheiten der Natur Aspromontes:
Seltene Tier- und Pflanzenarten; zum Teil alpine, aber auch bergige
Anhöhen; überaus interessante Dörfer. Der südliche Teil
der Gegend ist das Zentrum der sprachlichen Minderheit der Graekaner (die
auch Graeko-Kalabrier genannten Einwohner sprechen einen griechischen Dialekt),
die sich bis heute um die Pflege ihrer Traditionen bemühen. Seitdem
er 1994 Nationalpark wurde, ist der Aspromonte wegen seiner Wanderwege durch
eine zauberhafte Landschaft zum Ziel vieler Ausflügler geworden. Wegen
der zahlreichen Machenschaften der ndrangheta, der kalabrischen
Mafia, und der Entführungen, wurde die Gegend stets gering geschätzt
und beinahe vergessen. Ganz allmählich zeigt sie sich nun wieder von
ihrer bessere Seite, auch wenn es nicht leicht fällt, zu vergessen,
was dieser Name alles bedeutete. Das beeindruckendste literarische Zeugnis
des düsteren Abschnitts ihrer Geschichte legte der Schriftsteller Corrado
Alvaro ab, der 1895 in San Luca geboren wurde und 1956 in Rom starb. Mit
Leib und Seele Kalabrier, gleichzeitig aber neuen Horizonten gegenüber
offen, bemühte er sich, eine Wirklichkeit zu vermitteln, die er allein,
aufgrund seiner großen Lebenserfahrung an jenen Orten, gut kannte.
Besonders eines der vielen Werke, die er veröffentlichte, Die
Hirten vom Aspromonte, führt uns direkt zu ihm. Mit der Arbeit
an der Erzählungssammlung hatte er in Deutschland, in Berlin, angefangen,
wohin er als Mitarbeiter beim Berliner Tagesblatt und der
Weltbühne eine Zeit lang gezogen war. Eben dort erlebte der
Schriftsteller auch die Anfänge des Nazionalsozialismus, von dem er
sich umgehend distanzierte. Der Aufenthalt in Berlin bot ihm zugleich
Gelegenheit, einmal eine andere Welt kennenzulernen, und die Möglichkeit,
eine Brücke zwischen der mitteleuropäischen Kultur und der
unzeitgemäßen und rückständigen Literatur des Südens
zu schlagen. So beschreibt er in der Erzählung Einsamkeit
den großen charakterlichen Unterschied zwischen einem Südländer
und einer nordischen Frau, das Aufeinanderprallen der dem Kalabrier wesenseigenen
Verschlossenheit und der Welt der Frau aus dem Norden. In den Werken Alvaros
finden sich all jene Themen, die schon Verga in seinem Zyklus der
vinti, der Besiegten, aufgegriffen hatte,
noch gegenwärtiger aber sind das Gefühl der Isolation der kalabrischen
Welt, seine geographischen Gegebenheiten und die questione
meridionale (die Nord-Süd-Problematik), die bereits unmittelbar
nach der Einheit Italiens dringlich geworden war. Alvaros Figuren kämpfen
dabei gegen einen Feind, der nur schwer zu besiegen ist: gegen die Sonderstellung
der Reichen und der Landbesitzer. So ist es zwecklos, einem Schicksal entkommen
zu wollen, das so niederschmetternd ist wie das des Hirten, der sich gezwungen
sieht, bei seinem Herrn zu erbetteln, was ihm rechtmäßig zusteht.
Die festen Hierarchien im Inneren der Gesellschaft lassen keinen Ausweg zu
und alles richtet sich gegen den, der sich einem Gesetz widersetzt, das aus
Gewalt und Drohungen gemacht ist. In veränderter Form kehrt also die
Figur des vinto, des Besiegten zurück,
der, sobald er Gerechtigkeit fordert, auf eine Mauer des Schweigens prallt.
Um sich zu behaupten, bleibt ihm schließlich nur noch das Verbrechen.
Die Hirten vom Aspromonte wurde, wie auch die Bücher anderer
Autoren zu jener Zeit, von den Faschisten verboten. Seine Tendenz zur Innenschau
mißfiel dem Regime, das das Werk, nach anfänglich positiver Aufnahme,
für subversiv hielt, weil es Themen behandelte, die sich zu sehr vom
Konformismus der Epoche entfernten.
Die äußere ist der Spiegel der inneren Welt und Alvaro verstand es, sämtliche Eigenheiten seiner Landsleute zu erfassen und zu beleuchten. Die Verschlossenheit, die Überzeugung, weit ab der Zentren der Macht zu sein, das Gefühl der Verlassenheit und der Verzweiflung, die ständigen Bemühungen, der Abstumpfung durch die alltägliche Arbeit zu entrinnen. Für den Schriftsteller Alvaro war es immer wichtig, die Gründe für jenes Unbehagen, das nicht so sehr mit der menschlichen Natur, als vielmehr mit der Rauheit der Orte und den sozialen Umständen zusammenhängt, in den Vordergrund zu rücken. Auch in seinen frühen Gedichten sah Alvaro im Ersten Weltkrieg eine Gelegenheit, den Versuch zu beschreiben, in den Norden zu flüchten und für das Vaterland zu kämpfen; der einzige Zeitpunkt, sich von allem abzuwenden und ein Ideal zu formen. Aber auch dies war eine Enttäuschung. Er selbst erlebte am eigenen Leib die Kehrseite jener Illusion, die nichts als Tod mit sich brachte. Zuerst noch an sie glaubend, sollte er sich sodann für immer von ihr abwenden. In den Erzählungen La siepe e lorto von 1920 erscheint am Rande die Figur des Emigranten: die Sehnsucht nach fernen Ländern, der Verzicht auf Befreiung und die Rückkehr nach Hause. Gerade sein Bestreben, in den Ecken der Erinnerung zu graben, war es, das ihm eine wirkliche Trennung von der Situation seiner Zeit gestattete, in der es wenig Platz gab für eine dichterische Begegnung mit der Natur und der Schönheit der Landschaft. Mittels eines pessimistischen Tonfalls versuchte er, sich mit der Fiktion zu arrangieren, aber es blieben faule Kompromisse, selbst wenn er versuchte, die Realität zu verschleiern. In all diesem steckt das Kalabrien Alvaros, aber noch mehr die bis heute ungelöste questione meridionale. Wenn der Schriftsteller heute seine Heimat sehen könnte, würde er vielleicht sagen, dass ihn das Denkmal, das ihm an der Küste von Reggio Calabria gesetzt wurde, nicht besonders glücklich mache. Was hat schließlich sein Engagement, Gewalt und Ungerechtigkeiten anzuprangern, genützt, wenn sich nach so vielen Jahren so wenig geändert hat?
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| ... Io dico, signore, gridava lArgirò, che quando queste cose succedono, è per la disgrazia di noi poveri pastori. I signori se ne infischiano. Essi hanno la tavola pronta sempre. Ma noialtri.... Ce ne infischiamo?. Il Mezzatesta si era piegato a raccattare qualche cosa ma non ci riuscì, impedito comera dal suo voluminoso ventre. In un secondo tentativo riuscì ad afferrare la scarpa che gli stava davanti, e la scaraventò contro il pastore. Questi la ricevette in pieno petto, e la vide cadere ai suoi piedi chiodata, gialla, enorme. Tu dici che ce ne infischiamo? Perché? Rubiamo noi forse?. Non dico questo. Dico che voi siete il padrone di mezzo paese, il padrone nostro, e della nostra ventura. Ma io che facevo affidamento sulla vendita della fiera per avere la mia parte, per me è un disastro. Io sono rovinato, non voi. Che interesse avevo a rovinarmi con le mie mani? È la mia cattiva stella... | ... Es ist doch so, mein Herr, schrie
Argirò, wenn so etwas passiert, dann doch zum Schaden von uns
armen Hirten. Die feinen Herren, die pfeifen drauf. Die haben den Tisch immer
gedeckt. Aber wir... Wir pfeifen drauf? Mezzatesta hatte
sich gebückt, um etwas aufzuheben, schaffte es aber nicht, da sein riesiger
Bauch ihn daran hinderte. Bei einem zweiten Versuch schaffte er es
schließlich, den Schuh, der vor ihm stand, zu packen und mit Wucht
nach dem Hirten zu werfen. Diesen erwischte es genau auf der Brust, und er
sah ihn dann zu seinen Füßen fallen, den Nagelschuh, gelb und
riesig. Du sagst also, wir pfeifen drauf? Aber wieso? Stehlen wir denn
etwa? Das sage ich ja gar nicht. Ich sage nur, dass Ihr der Herr
über das halbe Dorf seid, der Herr über uns und über unser
Schicksal. Aber ich, ich habe mich darauf verlassen, dass der Verkauf auf
dem Markt mir meinen Teil einbringt, für mich ist das ein Katastrophe.
Ich bin ruiniert, ich, nicht Ihr. Und aus welchem Grund hätte ich mich
denn auch selbst ruinieren sollen? Die Sterne stehen schlecht für
mich....
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