Andrea Camilleri

Evviva l'Ilatia

von Christine Gräbe
 
Italiano di Elena Orazi

Anfang der 90er Jahre war Andrea Camilleri fast siebzig, seit mindestens fünf Jahrzehnten Kettenraucher und draußen tobten noch immer die Mafiakriege.

Camilleri, der eine Karriere als Theaterregisseur bereits hinter sich hatte, beschloss etwas zu unternehmen. Und obwohl er als Schriftsteller weit weniger erfolgreich war, setzte er sich an seine Schreibmaschine und dachte sich Commissario Montalbano aus. Er stattete ihn mit Pflichtgefühl, Verantwortung gegenüber dem Staat und großer Aufrichtigkeit aus, gab ihm die ruhige Bodenständigkeit und den jähen Zorn seines Vaters dazu – und obendrein die Fähigkeit zu verstehen: »Der Kommissar dagegen war aus Catania, sein Name war Salvo Montalbano, und wenn er eine Sache verstehen wollte, verstand er sie auch.«

Der Autor und sein Held verstehen nicht nur, sie beobachten das Land, in dem sie leben, ihre Heimat Sizilien und deren Eigentümlichkeiten, den Staat und seine Angelegenheiten genau. Nicht, weil sie sich dafür entschieden haben. Sondern weil sie gar nicht anders können.

Montalbano ist seinem Instinkt gegenüber geradezu zu machtlos. Was vor allem daran liegt, dass dieser seinen Körper zum Komplizen macht und psychosomatisch wirkt. Bewegungen werden unmöglich oder erschwert, wenn Montalbano eigentlich gar nichts mehr wissen will und im Begriff ist, sich umzudrehen und zu gehen. Dann bekommt er plötzlich schwache Hände und seine Füße fühlen sich wie Ricotta an. Bei anderen Gelegenheiten verwandelt er sich in einen Jagdhund, der kein Hindernis und auch keinen Schmerz scheut – und dazu fehlt dem armen Commissario eigentlich die Kondition.

Ganz ähnlich scheint es Andrea Camilleri zu gehen, wenn er schreibt – ein schlichter Krimi ist da nicht drin. Immer schleicht sich unversehens ein politischer Gedanke oder eine kritische Beobachtung ein. Wenn in den Montalbano-Krimis gerade einmal nicht geliebt oder gegessen wird, hagelt es Seitenhiebe in Richtung Regierung und Schelte für die Bürokratie. Nur zwischen dem Menschen und der Pasta und zwischen Mann und Frau sei kein Platz für Staat oder Mafia.

Eigentlich versteht es sich von selbst, dass ein entschiedener Beobachter wie Camilleri sich mit der Äußerung seiner Meinung nicht auf die Schöne Literatur beschränkt. Wie seine Kollegen Dario Fo und Antonio Tabucchi publiziert Camilleri nicht selten in MicroMega, der philosophisch und psychologisch ausgerichteten Zeitschrift, die in den letzten Jahren zum Sprachrohr der intellektuellen Opposition wurde (vgl. CONTRASTO Nr. 37), oder schreibt in La Stampa. In Deutschland ist Camilleri als politischer Kommentator allerdings kaum bekannt. Was einen einfachen Grund hat: Seine satirischen Beiträge und politischen Märchen, seine Briefe aus der Zukunft oder die unmöglichen Interviews gab es bislang nur auf Italienisch. Dabei wünscht sich der inzwischen erfolgreichste aller italienischen Krimischriftsteller das Erscheinen seiner politischen Schriften in deutscher Sprache sehr.

Zum 80. Geburtstag wurde ihm dieser Wunsch von Klaus Wagenbach zum Teil erfüllt. Der Band Italienische Verhältnisse zeigt Camilleri als Beobachter italienischer Sitten und Zustände, als einen, der nicht nur eine politische Meinung hat, sondern sie auch äußert: manchmal satirisch, zuweilen polemisch, immer treffend.

Da erzählt Camilleri in Form politisch nicht ganz korrekter Fabeln und Märchen von "Ilatien" und weiß zu berichten, dass die Bürger Ilatiens am Rande des Zusammenbruchs die antibürokratische Revolution ausriefen – und erhört wurden! Jeder Bürger sollte ein Jahr seiner an Schaltern und auf Ämtern verlorenen Zeit zurückerstattet bekommen. Allerdings unter einer Bedingung: Das zusätzliche gewährte Lebensjahr sollte mit der Lektüre von Marcel Prousts Auf der Suche nach der verlorenen Zeit verbracht werden. Ein geschickter Schachzug, die meisten Ilatiener verzichteten auf die Rückerstattung der Zeit.

Daneben macht Camilleri sich ganz nüchtern Gedanken über Sizilien oder die "Inneren Angelegenheiten" Italiens, betrachtet die Verkleidungen der Linken, berichtet von seinen politischen Enttäuschungen oder überlegt, ob im Religionsunterricht nicht ex cathedra rassistisches Gedankengut verbreitet wird.

Es überrascht kaum, dass am Ende vor allem eines deutlich wird: Camilleri ist von Herzen links. Oder, wie ein Rezensent es ausdrückte: »Seine Loyalität gegenüber der Linken wird nur noch von seiner Ablehnung der Regierung Berlusconi übertroffen.«

Dabei ist "Ilatien" selbstverständlich ein rein fiktiver Ort. Wie Vigàta, die Stadt, in der Commissario Montalbano im Namen der Gerechtigkeit unterwegs ist, und die keineswegs eine Kopie seines Heimatorts Porto Empedocle an der sizilianischen Südküste sein soll, sondern vielmehr »die erfundenste Ortschaft im typischsten Sizilien« ist. Dennoch – auf den Ortsschildern gibt es seit zwei Jahren einen Zusatz. "Porto Empedocle" steht da auch. Und darunter: "Vigàta".

Evviva l’Ilatia!
 

Ein Besuch in Vigàta lohnt sich - die Website des Camilleri Fanclub: www.vigata.org.

Nei primi anni Novanta Andrea Camilleri, fumatore accanito da almeno cinque decenni, aveva quasi settant’anni e per le strade continuavano a scoppiare guerre di mafia. L’autore siciliano, avendo alle spalle una fortunata carriera di regista teatrale, decise di intervenire. E pur non avendo mai riscosso particolare successo come scrittore, si mise alla macchina da scrivere e creò il commissario Montalbano. Lo volle ligio al dovere, dotato d’integrità morale e di senso di responsabilità nei confronti dello stato. Oltre a trasmettergli la ponderata concretezza e l’irascibilità paterne, lo rese in grado di capire le cose: «Il commissario invece era di Catania, di nome faceva Salvo Montalbano, e quando voleva capire una cosa, la capiva».

L’autore e il suo eroe non si limitano però solamente a capire. Attenti osservatori della realtà che li circonda, scrutano il Paese dove vivono, non perdono d’occhio la Sicilia, loro terra d’origine, con le sue peculiarità, e nemmeno lo stato e le vicende ad esso connesse. Non perché lo vogliano, ma perché è più forte di loro.

Montalbano è addirittura succube del proprio istinto, capace di scatenare in lui reazioni psicosomatiche contando su una fisica complicità. Ecco allora che quando il commissario è sul punto di desistere e sta quasi per lasciare il campo, i muscoli gli si irrigidiscono e riesce a muoversi solo a fatica. Le mani gli si indeboliscono e i piedi gli paiono diventati di ricotta. In altre situazioni si trasforma in un cane da caccia incurante degli ostacoli e del dolore, ma il povero commissario sopravvaluta decisamente le proprie forze.

Più o meno la stessa cosa sembra succedere allo scrittore Andrea Camilleri: scrivere un semplice giallo è contro la sua natura. Puntualmente affiorano fra le righe un pensiero politico o un’osservazione critica e ogni occasione è buona per lanciare frecciate al governo o dare una strigliata al sistema burocratico. A meno che in gioco non ci sia il cibo o l’amore. Sì, perché davanti a un piatto di pasta o nei rapporti tra uomo e donna in Camilleri non c’è posto né per lo stato né per la mafia.

Da acuto osservatore della quotidianità, Camilleri fa sentire la propria voce anche al di fuori della produzione prettamente letteraria. Insieme a illustri colleghi come Dario Fo e Antonio Tabucchi, scrive non di rado su MicroMega, rivista di indirizzo filosofico e psicologico diventata negli ultimi anni portavoce degli intellettuali all’opposizione, (vedi CONTRASTO n. 37) e collabora al quotidiano La Stampa. Il Camilleri impegnato politicamente è tuttavia pressoché sconosciuto in Germania. Il motivo è semplice: gli scritti satirici e le favole politiche, le lettere dal futuro o le interviste impossibili erano finora disponibili solo in lingua originale, nonostante il più grande giallista italiano del momento ne desiderasse da tempo la traduzione tedesca.

In occasione degli ottant’anni dell’autore siciliano, Klaus Wagenbach ha esaudito parzialmente questo desiderio. Nella raccolta Italienische Verhältnisse Camilleri si presenta come un osservatore della situazione e dei costumi italiani che prende apertamente posizione: a volte in maniera satirica, a volte polemica, ma mai a sproposito.

Lo scrittore racconta sotto forma di favole, politicamente non del tutto corrette, di una certa "Ilatia", i cui cittadini sull’orlo della rovina proclamano la rivoluzione contro la burocrazia. E vengono assecondati! A ogni cittadino verrà restituito un anno di tutto il tempo perso davanti agli sportelli e negli uffici pubblici. A un patto però: durante l’anno di vita supplementare va letto il libro Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust. Una mossa astuta, in seguito alla quale la maggior parte degli ilatiani rinuncerà al risarcimento del tempo.

Camilleri fa inoltre un’analisi obiettiva della Sicilia o delle vicende interne dell’Italia, si sofferma sui travestimenti della sinistra, parla delle proprie delusioni politiche e si domanda se nelle ore di religione non venga propagata ex cathedra un’ideologia razzista. Non c’è di che meravigliarsi se alla fine risulta soprattutto evidente un fatto: il cuore di Camilleri batte a sinistra. Per dirla con le parole di un critico: «La sua lealtà nei confronti della sinistra è inferiore solo alla sua avversione per il governo Berlusconi».

Ovviamente "Ilatia" è un posto del tutto fittizio. Come Vigàta, la cittadina in cui il commissario Montalbano agisce in nome della giustizia. Lungi dal voler essere una copia di Porto Empedocle, luogo di nascita di Camilleri, Vigàta rappresenta piuttosto «la città più immaginaria nella Sicilia più tipica». Eppure, da due anni a questa parte, i cartelli comunali riportano un’aggiunta: "Porto Empedocle" si legge sopra, e sotto "Vigàta".

Evviva l’Ilatia!


Vigàta si può visitare al sito del fan club di Andrea Camilleri: www.vigata.org.

Ein wahres Märchen  -  Favola vera

von/di Andrea Camilleri

Nachdem er auf nachdrückliches Verlangen des Volkes zum Präsidenten von allem (der Republik, des Senats, der Ersten Kammer, des Ministerrats) gewählt worden war, berief der Cavaliere seine Minister ein und sagte: »Seit langem habe ich nun die Reform der Verfassung vorbereitet. Machen Sie sich Notizen. Den Text habe ich bereits dem Gesetzblatt zugeschickt.«

Eifrig griffen die Minister zu Papier und Bleistift.

»Artikel 1«, diktierte der Präsident, »Ilatien ist eine Republik, die auf der Arbeit des Cavaliere gründet.«

Die Minister nickten.

»Artikel 2«, fuhr der Präsident fort. »Die rote Farbe, Symbol des verhassten Kommunismus, wird für verfassungswidrig erklärt und daher abgeschafft.«

»Wie halten wir es dann mit den Ferraris?«, fragte der Minister für industrielle Entwicklung.

»Kein Problem. Die werden blau«, entgegnete der Cavaliere.

»Und wie mit der ilatienischen Staatsflagge?«, fragte der Minister für Verteidigung.

»Sie bleibt dreifarbig, aber das Rot wird durch Blau ersetzt«, sagte der Cavaliere gereizt.

Und so ging es weiter. Es wurden schwerste Strafen für die vorgesehen, die bei einem Unfall öffentlich das Rot ihres Blutes zeigten; mit Unkrautvertilgungsmitteln ließ man Rosen und alle anderen roten Blumen vernichten, rotes Fleisch wurde nicht mehr zum Verkauf angeboten, wohingegen Sardellen und Makrelen vergöttert wurden, und es wurde nur noch Weißwein angeboten.

Versunken in all dem Blau, begannen die Ilatiener sehr bald, Sehnsucht nach Rot zu haben, eine Sehnsucht, die von Tag zu Tag stärker wurde. Schon gab es erste Attentate der RGBR (Revolutionäre Gruppen der Bewunderer von Rot). Schmuggler verdienten sich eine goldene Nase nicht etwa mit Zigaretten oder illegal eingeschleusten Flüchtlingen, sondern mit Tomatensoße in Konserven, die in Ilatien strengstens verboten war.

Bis eines Morgens, nach einem heftigen Wolkenbruch, am Himmel ein gigantischer Regenbogen erschien, der sich über das ganze Land spannte. Das Rot dieses Regenbogens war nicht nur einfach eine Farbe, sondern ein lauter Schrei des Aufruhrs, entschieden und klar. Dieser Regenbogen sollte – wiederum auf nachdrückliches Verlangen des Volkes – den Untergang des Cavaliere einleiten.

 

Eletto a furor di popolo Presidente di tutto (della Repubblica, del Senato, della Camera, del Consiglio) il Cavaliere riunì i suoi ministri e disse: «Da tempo avevo preparato la riforma della Costituzione. Prendete appunti. Il testo l’ho già inviato alla Gazzetta Ufficiale».

Diligentemente, i ministri si munirono di carta e penna.

«Articolo 1», dettò il Presidente, «Iliata è una Repubblica fondata sui lavori del Cavaliere».

I ministri annuirono.

«Articolo 2», proseguì il Presidente. «Il colore rosso, simbolo dell’odiato comunismo, è dichiarato anticostituzionale e pertanto viene abolito».

«Come la mettiamo con le Ferrari?», domandò il ministro dell’Industria.

«Non c’è problema. Diventano azzurre», ribatté il Cavaliere.

«E con il Tricolore?», domandò a sua volta il ministro della Difesa.

«Rimane tricolore, ma al rosso si sostituisce l’azzurro», fece seccamente il Cavaliere.

E via di questo passo. Furono stabilite multe salatissime per chi, coinvolto in un qualsiasi incidente, mostrava pubblicamente il rosso del suo sangue, con i diserbanti si fecero sparire rose e fiori rossi, la carne rossa non venne più messa in vendita mentre il pesce azzurro fu portato alle stelle, l’unico vino in commercio rimase quello bianco.

Sommersi da tutto quell’azzurro, gli Iliatani cominciarono ben presto a soffrire di nostalgia del rosso, una nostalgia che diventava di giorno in giorno sempre più acuta. Si ebbero i primi attentati rivendicati dai Grar (Gruppi rivoluzionari adoratori rosso). I contrabbandieri facevano affari d’oro non con le sigarette o i clandestini, ma con le scatole di sugo di pomodoro, assolutamente proibite in Iliata.

Finché un mattino, dopo un violentissimo acquazzone, apparve in cielo un gigantesco arcobaleno che coprì l’intero paese. Il rosso di quell’arcobaleno non era solamente un colore, ma un altissimo grido di rivolta, deciso e terso. Quell’arcobaleno segnò, sempre a furor di popolo, la fine del Cavaliere.