Intervista ad Alessandro D'Alatri

Casomai ("Was wäre, wenn?") und vieles Andere

 
di Wanda Ferioli
von Gabriele Pommerenke
In occasione del Festival “Italia! Cinema!” – ormai alla sua sesta edizione nelle sale zeise kinos di Amburgo – abbiamo incontrato Alessandro D’Alatri, regista di Casomai, un film che nel 2002 ha riscosso un notevole successo nelle sale cinematografiche italiane e che quest’anno è stato prescelto per l’apertura del Festival amburghese.

Casomai... un titolo che preannuncia una delle componenti principali del film: l’ipotesi, l’eventualità che qualcosa accada. Ma dove? All’interno della vita di coppia di Tommaso e Stefania, i due protagonisti. È una storia d’amore come tante: ci si incontra, ci si innamora, si decide di sposarsi e di avere bambini ma poi... la noia, la voglia di evadere, l’egoismo e subentra la crisi. Ma è questo quello che ha voluto presentare D’Alatri? Mettere in scena una realtà della società odierna? Glielo abbiamo chiesto personalmente in un’intervista:


Perché l’interesse per questo tema, la crisi di coppia?

Della crisi di coppia se ne parla molto, ma ci si ferma troppo spesso alla fotografia. Io ho tentato invece di ricercare le motivazioni di tale crisi, la mia è un’esplorazione in fondo al problema. Questa curiosità mi ha spinto a mettere in scena i problemi della coppia moderna.

Con il suo film che messaggio ha voluto trasmettere al pubblico?

I messaggi lasciamoli ai postini. Io non ho voluto trasmettere nessun messaggio, ognuno può vederci quello che vuole. Il mio è stato solo un tentativo di fare chiarezza sulle cause della crisi di coppia che molto spesso nascono non all’interno della stessa, ma sono provocate anche da interferenze esterne, dalla piccola società di familiari e amici che accompagnano la vita della coppia.

Come mai la scelta di Fabio Volo e di attori esordienti, a parte Stefania Rocca?

Il film è stato scritto per Stefania Rocca, un’attrice di fama riconosciuta che conosco dal ’93. Di Fabio Volo avevo letto un libro che mi era piaciuto e poi mi ha sempre divertito quando lavorava per il programma televisivo Le iene e quando lo ascoltavo alla radio la mattina andando al lavoro. Ho deciso di incontrarlo ed è nata subito un’intesa. Gennaro Nunziante, che nel film interpreta Don Livio, è invece un caro amico con il quale lavoro anche per il prossimo film. E poi volevo girare il film a Milano, ho scelto pertanto un cast di attori milanesi esordienti ai quali ho dato semplicemente spazio e modo di dimostrare le loro capacità, anche perché il cinema milanese non è molto conosciuto.

Se è vero che nella società di oggi, e in particolare nei rapporti di coppia, avviene molto spesso tutto ciò che il prete – appunto Gennaro Nunziante – percorre con l’immaginazione nel film, allora si profila un’idea molto negativa dell’amore. Crede che questo problema sia particolarmente sentito in Italia?

Non penso che si tratti di una problematica circoscritta a livello nazionale. Credo invece che la crisi di coppia sia un disagio internazionale. Casomai è stato proiettato nelle sale cinematografiche di altre nazioni europee, nonché addirittura in Giappone, e ho notato un certo coinvolgimento del pubblico nella storia rappresentata, nel senso che lo spettatore ha riconosciuto la crisi di coppia come una realtà sociale attuale.

Quali sono i suoi progetti futuri, ha già idee per il suo prossimo film?

Sì, sto scrivendo La febbre, per la cui realizzazione lavoro con Gennaro Nunziante, come dicevo prima. Le posso anticipare che il film sarà ambientato nelle Marche e affronterà il tema del lavoro giovanile.

Un tema doloroso...

Sì, ma sento che è un dovere parlarne.

Una questione sulla quale mi piacerebbe tanto avere la sua opinione personale: non crede che il cinema italiano sia stato poco sperimentale negli ultimi anni?

No, non credo. Ritengo al contrario che la sperimentazione nel nostro cinema ci sia sempre stata. Il problema sono l’industria e i media che hanno dato poco spazio ai film di sperimentazione, criticandoli o condannandoli. Sfonda sul mercato ciò che incontra i gusti del pubblico. La gente fa fatica a seguire un film sperimentale che osa e rischia in qualcosa di nuovo, formalmente e a livello di contenuti. Per questo l’industria non si mostra aperta alla sperimentazione. È come leggere un libro di poesie, non alla portata di tutti perché più difficile da interpretare. È per questo che si leggono più frequentemente romanzi.

Cosa consiglierebbe a una persona interessata a intraprendere la professione di regista? Ci sono ricette per riuscire in questo campo?

Consiglio vivamente di andare all’estero, se si è giovani e avendone le possibilità. In America ci sono scuole molto qualificate, mentre anche in Italia il “Centro sperimentale” di Roma dà sicuramente una buona preparazione. A parte ciò ci vuole tanta passione e dedizione, io sostengo sempre che l’amore per il cinema deve essere intenso come quello per una donna...

Alla presentazione del suo film qui ad Amburgo ha detto che era rimasto molto colpito da Goodbye Lenin di Wolfgang Becker. Una parola per esprimere il suo apprezzamento?

La poesia del tradimento.


Cosa avrà voluto dire D’Alatri con quest’affermazione? Per avere la risposta basterebbe noleggiare la videocassetta di Goodbye Lenin e goderselo. E se siete in Italia forse riuscite ancora a trovarlo nelle sale cinematografiche: grazie al successo in patria è uno dei pochi film tedeschi che abbia raggiunto anche la nostra penisola.

A proposito di film che varcano i confini nazionali... non dimentichiamo Casomai, in programma il 27 di novembre al Cineforum di CONTRASTO nonché forse prossimamente, doppiato, nelle sale cinematografiche tedesche. Sui toni di una commedia un po’ amara, il film dimostra quanto sia attuale il problema della crisi di coppia e induce a riflettere. Allo stesso tempo stupisce per il suo finale insolito, che dà tregua alle considerazioni esclusivamente pessimistiche che la storia sembra trasmettere al suo pubblico.

Anlässlich der nunmehr schon sechsten Ausgabe des Festivals „Italia! Cinema!“ in den zeise kinos trafen wir Alessandro D’Alatri, den Regisseur des Films Casomai, der im Jahre 2002 einen beachtlichen Erfolg in den italienischen Kinos erzielte und in diesem Jahr das Hamburger Festival eröffnete.

Casomai („Was wäre, wenn?“): ein Titel, der bereits die Grundidee des Films ankündigt, nämlich die Hypothese, die Wahrscheinlichkeit, dass etwas eintreten könnte. Eintreten könnte, aber wo? Innerhalb der Beziehung zwischen Tommaso und Stefania, den beiden Protagonisten des Films. Es handelt sich um eine durchaus nicht ungewöhnliche Liebesgeschichte. Man lernt sich kennen, verliebt sich, beschließt, zu heiraten und Kinder zu bekommen, aber dann... Langeweile, das Bedürfnis auszubrechen und die Krise beginnt. Hatte D’Alatri die Absicht, uns eben dieses zu präsentieren, einen gängigen Sachverhalt unserer zeitgenössischen Gesellschaft zu inszenieren? Im Laufe unseres Interviews haben wir ihn persönlich dazu befragt.


Worauf beruht ihr Interesse am Thema der Beziehungskrise?

Über Paarprobleme wird viel gesprochen, aber allzu oft begnügt man sich dabei mit Momentaufnahmen. Ich habe dagegen versucht, die Ursachen einer solchen Krise aufzuzeigen und dem Problem auf den Grund zu gehen. Diese Neugier hat mich dazu veranlasst, einen Film über die Probleme eines zeitgenössischen Paares zu drehen.

Welche Botschaft wollten sie dem Publikum mit ihrem Film übermitteln?

Überlassen wir das Überbringen von Botschaften den Briefträgern. Ich wollte keine Botschaft verkünden. Jeder Zuschauer hat das Recht, aus meinem Film herauszulesen, was er darin zu erkennen vermag. Ich hatte lediglich die Absicht, mögliche Ursachen von Problemen in Zweierbeziehungen auszuleuchten. Oft sind sie einer Beziehung immanent, in anderen Fällen werden sie auch von außen, von Familienangehörigen und Freunden, die ein Paar umgeben, hineingetragen.

Warum wählten sie Fabio Volta und andere Nachwuchsschauspieler – von Stefania Rocca einmal abgesehen – für die Besetzungsliste ihres Films?

Mein Film wurde für Stefania Rocca, eine bekannte Schauspielerin, die ich bereits seit 1993 kenne, geschrieben. Von Fabio Volo hatte ich bereits ein Buch, das mir übrigens sehr gut gefiel, gelesen; außerdem hatte er mir auch schon sehr gefallen, als er noch für die Fernsehsendung „Le iene“ arbeitete und ich ihn morgens auf dem Weg zur Arbeit hörte. Ich beschloss, mich mit ihm zu treffen und wir einigten uns sehr schnell. Gennaro Nunziante, der im Film den Don Livio darstellt, gehört zu meinem engeren Freundeskreis und ich werde auch in meinem nächsten Film mit ihm zusammenarbeiten. Weil ich die Absicht hatte, den Film in Mailand zu drehen, wählte ich junge mailändische Schauspieler aus, denen ich einfach Freiraum gab, ihre Fähigkeiten unter Beweis zu stellen. Außerdem gehörte der bislang geringe Bekanntheitsgrad des Mailänder Kinos zu meinen Auswahlkriterien.

Wenn zutrifft, dass in der heutigen Gesellschaft, insbesondere in den Zweierbeziehungen, eben das eintritt, was der Geistliche – dargestellt von dem soeben erwähnten Gennaro Nunziante – im Verlauf des Films als Hypothese durchspielt, entwerfen sie ein sehr negatives Bild von der Liebe. Sind sie der Meinung, dass es sich hierbei um ein spezifisch italienisches Phänomen handelt?

Ich denke nicht, dass dieses Problem sich auf unser Land beschränkt. Vielmehr glaube ich, dass Ehe- und Paarkonflikte ein internationales Phänomen darstellen. Casomai lief in anderen europäischen Ländern sowie auch in Japan, wo ich im Publikum jeweils eine Betroffenheit in Anbetracht der Geschichte des Films wahrnahm, und zwar in dem Sinne, dass die Zuschauer eine entsprechende Beziehungskrise als ein typisches Kennzeichen ihrer eigenen zeitgenössischen Gesellschaft identifizierten.

Welche Zukunftspläne haben sie? Gibt es schon Ideen für ihren nächsten Film?

Ja, ich schreibe an „La febbre“, für dessen Umsetzung ich – wie ich schon erwähnte – mit Gennaro Nunziante zusammenarbeite. Ich kann schon soviel vorwegnehmen, dass der Film in den Marken spielen und sich mit dem Thema der Kinderarbeit auseinandersetzen wird.

Ein schmerzhaftes Thema...

Ja, aber ich betrachte es als meine Pflicht, es anzusprechen.

Eine weitere Frage, zu der ich besonders gern ihre persönliche Meinung erfahren würde: Glauben sie, dass das italienische Kino der letzten Jahre zu wenig experimentierte?

Diese Meinung teile ich nicht, ganz im Gegenteil denke ich, dass unser Kino immer experimentierfreudig war. Allerdings haben Industrie und Medien dem experimentellen Film wenig Raum gegeben, da sie ihm viel negative Kritik und wenig Anerkennung entgegen brachten. Wie wir wissen, bestimmt der Publikumsgeschmack den Markt. Da es die Zuschauer ermüdet, einem formal oder inhaltlich experimentellen Film zu folgen, steht die Industrie Experimenten ablehnend gegenüber. Ein experimenteller Film wäre mit einem Gedichtband zu vergleichen, der aufgrund von Interpretationsschwierigkeiten nicht allgemein zugänglich wird. Deshalb werden übrigens auch häufiger Romane als Gedichte gelesen.

Welche Ratschläge möchten sie einem jungen Menschen, der Interesse am Beruf des Regisseurs hat, geben? Gibt es bestimmte Erfolgsrezepte für diesen Bereich?

Ich rate Jugendlichen, die die Möglichkeit dazu haben, sehr dazu, ins Ausland zu gehen. In Amerika gibt es sehr qualifizierte Schulen. In Italien bietet das Centro sperimentale in Rom eine gute Vorbereitung. Abgesehen von der Ausbildung sind große Leidenschaft und Hingabe erforderlich; ich vertrete die These, dass die Liebe zum Film intensiv wie die Liebe zu einer Frau sein sollte.

Anlässlich der Aufführung ihres Films hier in Hamburg haben sie erwähnt, dass der Film Goodbye Lenin von Wolfgang Becker sie sehr beeindruckt hat. Was gefiel ihnen besonders?

Die Poesie des Verrats.


Um diese letzte Aussage D’Alatris zu verstehen, sollte man die Videokassette ausleihen und sich Goodbye Lenin anschauen. Bei einem Besuch in Italien könnte man ihn sogar noch im Programm einiger Kinos finden. Dank seines Erfolges in seinem Herkunftsland gehört dieser Film zu der verschwindend kleinen Anzahl derer, die auch einen italienischen Verleih finden.

Ist die Rede von Filmen, die Staatsgrenzen überschreiten, vergessen wir nicht Casomai, der am 27. November im Cineforum von CONTRASTO zu sehen sein wird, und der vielleicht sogar schon demnächst in synchronisierter Fassung im Programm der deutschen Kinos erscheinen könnte. Im Stile einer ein wenig bitteren Komödie illustriert dieser Film die Aktualität des Themas der Beziehungskrise und regt zum Nachdenken an. Gleichzeitig verblüfft sein überraschendes Ende, das die ausschließlich pessimistischen Überlegungen, die die Geschichte dieses Films offensichtlich übermittelt, wieder zurückzunehmen scheint.