Giovanni di Lorenzo - intervista

Un italotedesco alla guida del giornale più prestigioso e ricco di tradizione in Germania

a cura della redazione
Deutsch von Gabriele Pommerenke
Giovanni di Lorenzo, scrivendo la sua tesi di laurea sull’ascesa mediatica di Berlusconi, avrà mai immaginato di diventare un giorno il direttore del più prestigioso settimanale tedesco, addirittura all’età di 45 anni?! Nato a Stoccolma da padre italiano e madre tedesca, di Lorenzo vive la sua infanzia a Roma dove frequenta le elementari. Trasferitosi a undici anni in Germania e terminati gli studi in scienze della comunicazione, storia e politica a Monaco di Baviera, la sua carriera nel giornalismo sarà fulminante. Nel 1985 inizia la collaborazione alla Süddeutsche Zeitung (fra i quotidiani migliori e più letti a livello nazionale) per il quale dal 1987 scrive di politica e dal 1994 diventa direttore della “terza pagina”. A partire dal 1989 è uno dei due moderatori di III nach 9, il più “serio” talk-show mensile della televisione pubblica tedesca, e lo è tutt’oggi con un ottimo share! Nel 1999 assume l’incarico di direttore del Tagesspiegel, uno dei quotidiani berlinesi più tradizionali, e grazie a decisivi cambiamenti di varia natura riesce a portarne la tiratura alle attuali 140.000 copie. Diventato direttore a DIE ZEIT nel 2004, vede crescere lentamente e costantemente il numero dei suoi lettori, in controtendenza rispetto al mercato editoriale tedesco. “Aria mediterranea” nei media tedeschi, sarà di questo che c’è bisogno? CONTRASTO ha incontrato di Lorenzo nel suo ufficio, nel pieno centro di Amburgo, anche per sapere quanta di questa “aria mediterranea” c’è in lui.

DIE ZEIT è considerato il più prestigioso settimanale tedesco, lei sarebbe quindi il più “importante” direttore in Germania, come si sente in questo ruolo?

No, per carità, intanto non il più importante, ci sono tanti direttori importanti anche di testate più grandi. Diciamo che la particolarità di questo giornale è che richiede uno sforzo abbastanza grande per leggerlo, in quanto respinge un po’ lo Zeitgeist (spirito del tempo) di rendere più digeribili e divulgativi i testi dei giornali. Penso che DIE ZEIT abbia successo proprio perché è un po’ un baluardo contro gli eccessi dello spirito del tempo.

Essendo figlio di un italiano e di una tedesca, è cresciuto bilingue?

Sì, ma inizialmente c’era una chiara predominanza dell’italiano ed è stato molto difficile passare dalla quinta elementare alla sesta di un ginnasio tedesco. Il trasferimento in Germania è stato un grande contrasto in tutti i sensi, affettivi e linguistici, ma anche passare da Roma ad Hannover è stato per me – per come l’ho vissuto io – una punizione. E non era colpa di Hannover!

Quanta italianità sente ancora oggi dentro di lei e come la descriverebbe?

Ancora mi arrabbio molto di più su cose italiane che su cose tedesche. E anche se sono una persona tra le due culture, italiana e tedesca, e ho vissuto gran parte della mia vita in Germania, direi che con l’Italia ho un rapporto passionale: uno s’arrabbia da morire sul governo e fa il tifo allo spasimo per una squadra di calcio. Come tutti sappiamo, le grandi passioni forse non sono le cose più adatte per un lungo rapporto sereno e pacifico, per un buon matrimonio. Che invece riesco ad avere con la Germania.

In che misura la sua multiculturalità incide su questo grande giornale tedesco?

Poco, anche perché l’influsso reciproco non è grande. Nel numero che stiamo producendo [4/2005, pag. 39, n.d.r.] ci sarà un grande testo di Flores d’Arcais, in cui si chiede se gli Usa di Bush siano ancora una democrazia, un articolo che ho acquisito personalmente, ma in questo non c’è programmazione.

Un direttore italotedesco a DIE ZEIT dovrebbe forse avere una marcia in più?

Senz’altro il mio è un nome non proprio “teutonico” al cento per cento, bisogna perciò dimostrare di essere almeno allo stesso livello. Se mi chiedete se ciò ha richiesto molto lavoro, vi rispondo di sì. Bisogna riconoscere che in questa società c’è una grande apertura, non so se in Italia darebbero un giornale di Roma in mano a un tedesco. Quando a Berlino ero direttore di un quotidiano di grande tradizione, contemporaneamente un italiano era al vertice della più grande azienda della città, la Schering, e c’era Abbado direttore della Philarmoniker. Immaginate qualcosa del genere a Milano o a Parigi? Difficile. Trovo che la Germania – a differenza di quanto pensano molti all’estero – sia un paese molto aperto.

Che cosa ha già cambiato e vorrebbe ancora cambiare in DIE ZEIT?

Dobbiamo aprire questo giornale e con molta cautela continuare il discorso di modernizzazione. Anche noi facciamo dei compromessi necessari. Il look del giornale è già diventato molto più moderno, qualche anno fa nessuno avrebbe immaginato che DIE ZEIT potesse avere un giorno su tutte le pagine delle foto a colori o un vero tema di apertura in prima pagina. Ad ogni modo è ovvio che ci sono alcune pecche ed è molto meglio cambiare qualcosa quando i tempi sono buoni che non in una situazione di crisi, quando sono poi gli altri che ti cambiano. Bisogna cercare di cambiare senza toccare l’identità di DIE ZEIT, che è anticonformista nella misura in cui si oppone, appunto, agli eccessi dello spirito del tempo.

Ultimamente in Gran Bretagna alcuni grandi giornali hanno coraggiosamente ridotto il formato di stampa, potrebbe essere un’opzione anche per DIE ZEIT, così “pesante” da maneggiare?

Una domanda che ci viene fatta spesso. Io non ho intenzione di cambiare per due motivi: innanzitutto ho l’impressione che quelli che lo richiedono, spesso, sono quelli che il giornale non lo leggono; poi temo un effetto psicologico, cioè, nel momento in cui si riducesse il formato, pur pubblicando gli stessi identici articoli, riceveremmo una valanga di lamentele che stiamo abbassando il livello sia intellettuale che dell’informazione. In questo momento favorevole per tiratura e bilancio lo riterrei un errore. La riduzione del formato, anziché facilitare solo la maneggevolezza, verrebbe interpretata come un cambiamento di rotta.

Il suo impegno a cadenza mensile per un talk-show tedesco ormai trentennale può aiutare nel compito di direttore – prima per il quotidiano Tagesspiegel ora per DIE ZEIT – o si rivela piuttosto un ostacolo?

In Italia per nessuno sarebbe un problema, qui in Germania ci si chiede se c’è compatibilità. E bisogna dire che il mio talk-show ha una grande tradizione, non è certo paragonabile a Big Brother. Comunque aiuta, perché è soprattutto una grande risorsa di contatti, e ciò avveniva già ai tempi in cui ero inviato per la Süddeutsche Zeitung. Un altro vantaggio è che quando vengono fatte azioni promozionali, per acquisire nuovi abbonati, lo si fa presentando il direttore e ciò si rivela spesso più facile perché molti già mi conoscono. Ad ogni modo al momento ho un bel pacchetto di lavoro, e dicono che noi italiani siamo propensi al divertimento e alla vita bella...

Si mescola volentieri tra la gente? Partecipa volentieri a eventi culturali senza esservi invitato?

No, non vado a quasi nessun evento, però mi piace molto parlare con la gente, sono uno che ama la gente. Già da bambino mi piaceva parlare con le persone e credo ancora oggi di riuscire a legare, nonostante faccia questa vita così un po’ chiusa nel lavoro. Parlare con la gente mi consente di avere un impatto con la realtà ed è un gran piacere.

In che misura coltiva la sua italianità? Legge giornali e libri italiani, vede film italiani e in italiano, va spesso in Italia?

Sì, La Repubblica mi arriva tutti i giorni e leggo anche altri giornali, ma soprattutto ho ancora il mio parentado italiano. Non vado spesso in Italia ma cerco di andarci e da qualche anno ho una piccola casa in Maremma, è un approccio molto concreto, una grande gioia. Purtroppo non riesco a vedere film italiani ma quelli che preferisco sono italiani. Sono nato e cresciuto con i film del neorealismo italiano, con Visconti, e tuttora il mio preferito resta Amarcord, perché c’è anche un impatto di famiglia: i miei sono tutti riminesi. Il maestro di greco di Amarcord era anche il preside del liceo classico di mio padre a Rimini.

Si ricorda sicuramente del film La vita è bella. Come trova la seconda parte, in particolare il modo in cui Benigni presenta le scene nel campo di concentramento?

È una grazia che l’abbia fatto un italiano, per i tedeschi sarebbe stato impossibile girarlo in questo modo. Una grandissima capacità di commuovere. Un capolavoro.

Cosa risponderebbe a chi ha giudicato inadeguato questo modo di presentare un tema così serio e difficile?

Rispetto chi esprime questa opinione, ma io l’ho ritenuto un capolavoro proprio perché mi ha toccato più di molti film che hanno per soggetto i tempi del nazismo, pur essendo una commedia e riducendo tutto sul destino di quel bambino e di suo padre. Vedendo un film del genere unicamente con razionalità, lo si può certo anche condannare.

Per concludere in leggerezza, abbiamo letto in una biografia che si diletta a cucinare. Quali sono le sue specialità?

Mah, va a fasi... Di solito mangio poco la carne rossa e allora quando cucino, raramente, mi diverto a fare delle tagliate come in Toscana: degli eccessi di carne, con l’olio buono portato dalla Maremma. Comunque cucino un po’ di tutto, ma per i dolci mi manca la passione, siccome non li mangio io, non riesco a prepararli.

Ringraziamo Giovanni di Lorenzo, una persona molto affabile e alla mano, per il colloquio molto simpatico e interessante, con i nostri migliori auguri per una direzione di successo del suo giornale.

Als Giovanni di Lorenzo seine Magisterarbeit über den Aufstieg des italienischen Medienunternehmers Silvio Berlusconi schrieb, wird er sich wohl kaum erträumt haben, eines Tages Chefredakteur einer der renommiertesten deutschen Zeitungen zu werden, und das im Alter von nur 45 Jahren. Geboren 1959 in Stockholm als Sohn einer deutschen Mutter und eines italienischen Vaters, wächst di Lorenzo in Rom auf, wo er auch die ersten fünf Grundschuljahre absolviert. Nach dem Umzug nach Deutschland und dem Abschluss seines Studiums der Kommunikationswissenschaften, Geschichte und Politik in München macht er eine fulminante journalistische Karriere. 1985 beginnt bereits seine Tätigkeit für die Süddeutsche Zeitung, für die er ab 1987 als Politikberichterstatter tätig ist und ab 1994 die Ressortleitung der Seite Drei übernimmt. Seit 1989 gehört er zum Moderatorenteam von III nach 9, der angesehenen und traditionsreichen Talkshow des NDR, und erzielt hier bis heute außerordentlich erfolgreiche Quoten. 1999 übernimmt er den Posten des Chefredakteurs des Tagesspiegel, eines Traditionsblattes unter den Berliner Tageszeitungen. Dank verschiedener entscheidender Erneuerungen gelingt ihm dort eine Auflagesteigerung auf aktuell 140.000 Exemplare. Seit seiner Übernahme der Redaktionsleitung von DIE ZEIT im August 2004 steigt trotz gegenläufiger Tendenzen auf dem deutschen Zeitungsmarkt auch ihre Auflage langsam und kontinuierlich. Brauchte der deutsche Medienmarkt so eine belebende „mediterrane Brise“? CONTRASTO traf Giovanni di Lorenzo in seinem Büro mitten in der Hamburger Innenstadt, auch um in Erfahrung zu bringen, wie viele mediterrane Einflüsse ihn noch heute prägen.

DIE ZEIT wird als renommierteste deutsche Wochenzeitung betrachtet. Demnach sind Sie der bedeutendste Chefredakteur Deutschlands. Wie fühlen Sie sich in dieser Rolle?

Um Himmels Willen, der Bedeutendste sicher nicht! In Deutschland gibt es zahlreiche bedeutende Chefredakteure auch in wichtigeren und größeren Blättern. Die Besonderheit dieser Zeitung besteht darin, dass ihre Lektüre spezielle Mühe erfordert, da sie sich der vorherrschenden Tendenz widersetzt, leicht lesbare und populistische Zeitungstexte zu veröffentlichen.. Ich denke, DIE ZEIT ist erfolgreich, weil sie ein Bollwerk gegen Auswüchse des Zeitgeistes darstellt.

Sind Sie als Sohn einer deutschen Mutter und eines italienischen Vaters zweisprachig aufgewachsen?

Ja, anfänglich hatte allerdings Italienisch ein deutliches Übergewicht, weshalb es für mich sehr schwierig war, nach der fünften Grundschulklasse in Italien auf ein deutsches Gymnasium zu wechseln. Der Umzug nach Deutschland hat mich nicht nur sprachlich und gefühlsmäßig mit großen Gegensätzen konfrontiert, sondern auch auf allen anderen Ebenen. So wie ich ihn erlebt habe, war der Wechsel von Rom nach Hannover für mich eine Bestrafung, was jedoch keineswegs Hannover anzulasten ist.

Wie viel Italianität fühlen sie noch heute in sich und wie würden Sie diese beschreiben?

Noch heute ärgere ich mich gegebenenfalls mehr über italienische als über deutsche Belange. Obwohl ich zwischen der deutschen und der italienischen Kultur stehe und einen Großteil meines Lebens in Deutschland verbracht habe, würde ich meine Beziehung zu Italien als leidenschaftlich einstufen: Man ärgert sich schwarz über die Regierung oder ist ein fanatischer Anhänger eines bestimmten Fußballvereins. Wie wir alle wissen, eignen sich große Leidenschaften nicht besonders gut für lange unbeschwerte und friedfertige Beziehungen, für eine gute Ehe, die ich allerdings mit Deutschland führen kann.

In welchem Maße beeinflusst Ihre Multikulturalität diese große deutsche Zeitung?

Wenig, auch weil der gegenseitige Einfluss nicht groß ist. In der Ausgabe der ZEIT, die wir gerade produzieren, finden Sie einen großen Artikel von Paolo Flores d’Arcais über die Frage, ob die USA unter George W. Bush noch als Demokratie zu betrachten sind [vgl. Nr.4 vom 20.1.2005, S.39, A.d.R.]. Das Erscheinen dieses Artikels habe ich persönlich in die Wege geleitet, was aber nicht langfristig geplant war.

Sollte der deutsch-italienische Chefredakteur der ZEIT über einen zusätzlichen „Gang“ verfügen?

Zweifellos klingt mein Name nicht „germanisch“. Deshalb ist es erforderlich, zu beweisen, dass man sich auf dem gleichen Niveau befindet, was mich persönlich sehr viel Arbeit gekostet hat. Beachtlich finde ich, dass die deutsche Gesellschaft sehr offen ist. Ich bezweifle, dass man in Italien eine römische Zeitung einem Deutschen anvertrauen würde. Als ich in Berlin Chefredakteur einer traditionsreichen Tageszeitung war, stand zur gleichen Zeit ein Italiener an der Spitze von Schering, des größten Unternehmens der Stadt, und Claudio Abbado war Dirigent der Berliner Philharmoniker. Halten Sie Vergleichbares in Mailand oder Paris für möglich? Wohl kaum! Im Gegensatz zu einer im Ausland weit verbreiteten Meinung halte ich Deutschland für ein sehr offenes Land.

Welche Veränderungen haben Sie schon vorgenommen und welche Weiteren sind noch vorgesehen?

Wir müssen diese Zeitung öffnen und die Diskussion über ihre Modernisierung mit großer Vorsicht führen. Das Erscheinungsbild der ZEIT ist schon viel moderner geworden. Noch vor einigen Jahren hätte sich niemand vorstellen können, auf allen Seiten der ZEIT Farbfotos oder auf der ersten Seite einen regelrechten Aufmacher vorzufinden. Es gibt durchaus einige Mängel, die eher in guten als in schlechten Zeiten , wenn der Wandel von außen aufgezwungen wird, beseitigt werden sollten. Diese notwendigen Veränderungen dürfen die Identität der ZEIT nicht antasten, deren Antikonformismus genau darin besteht, sich den Auswüchsen des Zeitgeistes entgegenzustellen.

Erst vor kurzem haben in Großbritannien einige große Zeitungen ihr Seitenformat geändert, kommt dieser Schritt auch für DIE ZEIT, die so schwierig in der Hand zu halten ist, in Frage?

Diese Frage wird uns oft gestellt. Aus zwei Gründen habe ich nicht die Absicht, die Seitengröße zu verändern. Ich habe den Eindruck, dass oft die Befürworter dieser Veränderung DIE ZEIT gar nicht lesen. Außerdem befürchte ich einen psychologischen Effekt: Unmittelbar nach der Verkleinerung des Formates erhielten wir sicherlich Berge von Beschwerden und Klagen über den intellektuellen Niedergang und Verlust an Informationen, ohne dass tatsächlich eine inhaltliche Veränderung stattgefunden hätte. Angesichts unserer zur Zeit insgesamt erfreulichen Zahlen halte ich eine Änderung des Formates für falsch. Obwohl sie nur die Vereinfachung der praktischen Handhabung der Zeitung zum Ziel hätte, würde sie sicherlich als inhaltlicher Kurswechsel interpretiert werden.

Ist der monatliche Auftritt in der Talkshow III nach 9 dem Chefredakteur der ZEIT hilfreich oder erweist er sich eher als störend?

In Italien würde sich niemand dieses Problem stellen. In Deutschland dagegen fragt man sich, inwieweit diese beiden Bereiche sich miteinander vereinbaren lassen. Meine Talkshow kann auf eine lange Tradition zurückblicken, sie ist keineswegs mit Big Brother vergleichbar. Da sie mir ermöglicht, sehr viele Kontakte zu knüpfen, ist sie mir schon seit meiner Zeit als Berichterstatter bei der Süddeutschen Zeitung hilfreich. Zur Anwerbung neuer Abonnenten für eine Zeitung wird meist ihr Chefredakteur präsentiert. Es stellt oft auch einen Vorteil dar, wenn dieser schon einen gewissen Bekanntheitsgrad hat. Auf diese Weise bin ich immer gut mit Arbeit eingedeckt. Und dabei sagt man, dass wir Italiener vor allem dem Vergnügen und dem schönen Leben frönen...

Mischen Sie sich gerne unter Menschen, um beispielsweise an kulturellen Veranstaltungen, zu denen Sie nicht eingeladen sind, teilzunehmen?

Nein, ich gehe fast nie zu solchen Veranstaltungen. Ich unterhalte mich jedoch gern mit Menschen, ich liebe Menschen. Schon als Kind gefiel es mir, mit Menschen zu sprechen und ich glaube, dass es mir noch heute gelingt, Kontakte zu knüpfen, obwohl ich ein sehr auf die Arbeit konzentriertes Leben führe. Mit Menschen zu sprechen, ermöglicht mir eine Konfrontation mit der Realität und bereitet mir großes Vergnügen.

Pflegen Sie Ihre Italianität beispielsweise durch die Lektüre italienischer Zeitungen und Bücher, durch italienische Filme oder Reisen nach Italien?

Ja, jeden Tag erhalte ich La Repubblica und lese auch andere italienische Zeitungen. Aber vor allem habe ich noch meine italienische Verwandtschaft. Ich reise nicht oft nach Italien, aber ich bemühe mich darum. Seit einigen Jahren habe ich ein kleines Haus in der Maremma, was ich als sehr konkrete Annäherung und große Freude betrachte. Leider komme ich nicht mehr dazu, italienische Filme zu sehen, aber meine Lieblingsfilme stammen von italienischen Regisseuren. Ich wuchs mit den Filmen des neorealismo und Regisseuren wie Visconti auf. Mein Lieblingsfilm ist und bleibt jedoch Amarcord, was vielleicht an meiner Familiengeschichte liegen mag. Meine Familie stammt nämlich durchweg aus Rimini. Der Griechischlehrer aus Amarcord war auch Direktor des Gymnasiums, das mein Vater in Rimini besuchte.

Sie erinnern sich sicher an Roberto Benignis Film La vita è bella. Wie finden Sie den zweiten Teil dieses Filmes, insbesondere Benignis Art und Weise, die Szenen im Konzentrationslager darzustellen?

Ich betrachte es als Gnade, dass ein Italiener diesen Film gedreht hat. Deutsche hätten diesen Film überhaupt nicht machen können. Eine außerordentliche Fähigkeit, das Publikum zu berühren, ein Meisterwerk.

Was würden Sie Kritikern entgegnen, die Benignis Darbietung eines so ernsten und schwierigen Themas für unangemessen halten?

Diese Meinung respektiere ich, ich halte aber diesen Film für ein Meisterwerk, weil er mich wesentlich mehr berührt hat als viele andere Filme über den Nationalsozialismus, und das obwohl es sich um eine Komödie handelt, deren Geschichte sich auf das Schicksal dieses Kindes und seines Vaters beschränkt. Wenn man einen solchen Film ausschließlich mit dem Verstand betrachtet, kann man ihn sicherlich auch verurteilen.

Ihrer Biografie haben wir entnommen, dass Sie gerne kochen. Welches sind Ihre Spezialitäten?

Ziemlich unterschiedlich... gewöhnlich esse ich kaum rotes Fleisch. Wenn ich dann einmal koche, was selten genug vorkommt, bereite ich auch gerne einmal tagliate (geschnetzeltes Fleisch) wie in der Toskana zu: das sind Fleischexzesse mit dem guten Öl, das ich aus der Maremma mitbringe. Eigentlich koche ich alles Mögliche, nur zur Zubereitung von Süßspeisen habe ich keine Lust. Da ich sie selbst nicht esse, mag ich sie auch nicht zubereiten.

Wir danken dem umgänglichen und sehr liebenswürdigen Giovanni di Lorenzo für das sympathische und interessante Gespräch und wünschen ihm weiterhin Erfolg bei der Leitung seiner Zeitung.