Dacia Maraini

Interview mit der bedeutendsten lebenden Schriftstellerin Italiens

 
di Donatella Brioschi
Deutsch von Dirk Boks
Dacia Maraini, figlia dell’antropologo Fosco Maraini e compagna per molti anni di Alberto Moravia, è una giornalista-scrittrice impegnata da sempre sul piano politico e sociale. Appartiene a quella schiera di persone che ha avuto il privilegio di vivere in un’epoca di grandi fermenti intellettuali e a contatto con scrittori che hanno contribuito a delineare la letteratura italiana del dopoguerra. Ha esordito nel 1962 con La vacanza e da allora ha pubblicato tantissimi libri tra i quali Isolina, Bagheria, Una nave per Kobe, La lunga vita di Marianna Ucria, Voci, Buio e pezzi teatrali di cui ricordiamo Maria Stuarda, Dialogo di una prostituta con un suo cliente, Camille.

Nata a Fiesole nel 1936 porta i suoi quasi settant’anni in modo ancora sbarazzino e con la freschezza di una persona che, pur avendo dietro di sé una vita intensa, è riuscita a mantenere la semplicità di un’intellettuale senza sovrastrutture.

Il 13 aprile 2005 è stata ospite del Literaturhaus di Amburgo per presentare il suo nuovo libro, Colomba, che uscirà in Germania in ottobre (Piper Verlag). E proprio in quell’occasione ha rilasciato un’intervista a Contrasto.

Signora Maraini, che rapporto ha con la Germania?

In Germania ho molti lettori perché i tedeschi leggono e sono aperti agli stranieri, cosa non tanto facile da trovare negli altri paesi europei. Per esempio l’Inghilterra è molto chiusa, lì ho pubblicato parecchi libri però l’atteggiamento verso tutto ciò che non è inglese è sospettoso, mentre la Germania ha pubblicato tantissimi libri di scrittori italiani, è un vero mercato aperto non solo di oggetti ma anche di idee, di pensieri. Per me questo è un aspetto positivo. Tanto per fare un esempio: conosco molte persone in Germania che hanno rappresentato il mio teatro. Quindi c’è già un rapporto di conoscenza reciproca. Mi spiace solo di non conoscere il tedesco, non sono mai riuscita ad impararlo. Sapendo il francese, l’inglese e un po’ di spagnolo… non mi ci sono mai applicata tanto.

La donna italiana e la donna tedesca a confronto. Viste dall’Italia quali sono le differenze che saltano all’occhio?

Direi che le donne tedesche, in generale, sono molto emancipate. Nel modo di vestire, di trattare, si sente che sono piuttosto paritarie. Mentre invece quello che io trovo detestabile da noi è che ogni donna debba proporsi come oggetto di seduzione, le strizzate d’occhio attraverso le gambe che si mostrano, i seni che s’intravedono, cioè tutto quel vestirsi per sedurre, non solo tipico delle ballerine – e lì posso capirlo – ma anche delle intellettuali perché è diventata quasi una regola. Alla televisione si vedono delle donne che parlano di medicina, di legge con le gambe mezze di fuori, scollate come se andassero a ballare. È una cosa un po’ ridicola, è un modo molto italiano per cui si è assunta l’idea che le donne parlino prima di tutto attraverso il corpo. A me sembra che in Germania non sia così.

Lo stesso vale per le riviste. Fino a quando all’Espresso non è arrivata una donna direttore in copertina c’erano sempre donne nude.

Sì, è vero. Anni fa durante una mostra sulle copertine dell’Espresso contai che, su 52 numeri, 48 avevano donne nude, indipendentemente dall’argomento. Trovo che questo sia diseducativo, toglie fiducia alle ragazze che hanno dei falsi modelli di riferimento e cioè che la donna debba parlare con le gambe, con il seno ma non con la testa. Questo non rappresenta la realtà, è offensivo perché ci sono donne ormai molto preparate in ogni campo. Purtroppo la televisione fa modello e agisce sulle giovani che vanno dal chirurgo estetico per rifarsi il corpo per assomigliare alle attrici.

Qual è il suo pensiero sulla Germania di ieri e di oggi e soprattutto come vede la Germania dopo il crollo del muro?

Il muro doveva crollare, era un artificio un po’ mostruoso. Naturalmente ha delle radici storiche, era anche una spartizione che ha lasciato anche ferite. Certo, so che ci sono problemi ancora fra est ed ovest, ma era necessario che quel muro crollasse.

Quali sono i suoi autori preferiti nell’area germanica?

Mi piacciono molto Thomas Bernhard, Ingeborg Bachmann, Peter Handke o Christa Wolf che è molto amata in Italia; del monologo Cassandra ne hanno fatto molte versioni teatrali.

E tra i giovani scrittori italiani, quali consiglierebbe ai tedeschi?

Intanto Io non ho paura di Ammaniti da cui è stato tratto un film molto ben riuscito. Anche dal mio libro Marianna Ucria è nato un film e il regista Faenza è stato molto bravo a realizzarlo. Simona Vinci è una scrittrice bravissima. Ora sto leggendo Il volo degli orsi (Einaudi) della Santangelo che mi sembra scritto bene, poi c’è Maria Pace Ottieri che forse non è poi tanto giovane, è la figlia dello scrittore Ottiero Ottieri che appartiene alla generazione di Pasolini. Ha scritto un romanzo molto bello sull’Africa [Quando sei nato non puoi più nasconderti, da cui è tratto l’ultimo film di M. T. Giordana in concorso a Cannes, n.d.r.], e anche il suo ultimo libro merita.

Ho l’impressione che nella letteratura italiana moderna ci sia un calo di tono, che si cerchino gli effetti.

Sì, l’impegno è crollato, almeno fino a poco tempo fa. L’impegno era un concetto degli anni ’70. Gli scrittori si sono un po’ chiusi in sé stessi e c’è molto narcisismo, molto parlare di sé, del proprio ombelico. Prendiamo ad esempio Domenico Starnone che è un bravo scrittore. Nei suoi primi libri ha fatto una denuncia dei rapporti con la scuola, di come l’Italia la tratta. Sono libri belli, esilaranti, c’è ironia. Ultimamente si è messo a scrivere delle sue angosce, è passato da una denuncia della società italiana a qualcosa di delirante, un mondo così chiuso. L’ultimo suo libro s’intitola La vita ed è disperato. Via gemito invece è bello, parla di un padre un po’ pazzo, frustrato.

Quando lei comincia un libro e non le piace, cosa fa? Lo chiude?

Sì, io sono d’accordo con Pennac e con uno dei punti citati nel suo “diritto dei lettori”: prima cosa, se un libro non ti piace, lascialo. Non è un dovere finirlo. Non vuol dire che sia la condanna di quel libro. Io so cosa mi piace, se proprio non m’interessa non vado avanti.

Lei ha tenuto tante conferenze in Europa e nel mondo. C’è un pubblico più caloroso che ricorda?

Devo dire che quasi sempre mi trovo davanti a un pubblico attento, interessato. Persino nelle scuole. L’altro giorno sono stata in una scuola, c’era un rumore infernale e invece poi sono stati tutti zitti e hanno fatto domande intelligenti. I ragazzi intervengono di più degli adulti e non sono così amorfi come li si descrive. Mi sembra che al riguardo ci siano molti luoghi comuni.

Quindi c’è gente che legge...

Legge poco. Nella statistica europea in Italia si legge meno che in altri paesi.

Quando termina un libro si sentirà sollevata. Ha bisogno di molto tempo per scriverlo?

Certo ci lavoro moltissimo a un libro, ci sono tante correzioni, lo si rivede molto. Per un romanzo normale mi ci vogliono tre anni, per il mio ultimo Colomba, che è più lungo, ce ne ho messi quattro, perché è storicamente più ampio. Io sono molto esigente.

Quindi anche in fase di editing c’è molto lavoro?

In genere faccio tre bozze, ma ci possono essere ancora degli errori. L’incubo dello scrittore sono le ripetizioni, leggendo sfuggono. Persino a Flaubert, che era un maniaco, hanno segnalato delle ripetizioni.

C’è un libro che non scriverebbe più?

Ogni mio libro appartiene a un’epoca diversa, direi che sono tutti libri che hanno avuto una loro necessità.

Che rapporto ha con i traduttori e la traduzione dei suoi libri?

Per l’inglese spesso lavoro con il traduttore. Per il tedesco mi devo affidare, così come per le altre lingue. Il traduttore lo sceglie l’editore. Mi piace quando il traduttore mi fa delle domande o chiede consigli. Il buon traduttore lo fa. Mentre altri non chiedono nulla e non è un buon segno. A volte ci sono dei passaggi non chiari e li sollecito a scrivermi.

Preferisco avere lo stesso traduttore, ma non è sempre cosi. Purtroppo la traduzione non è controllabile.

Lei ritiene che per conoscere a fondo uno scrittore sia necessario leggere tutte le sue opere una dietro l’altra oppure si può disordinatamente leggere ciò che si ha piacere in quel momento?

L’ho fatto con i classici. Quando mi sono innamorata di Balzac ho letto tutti i suoi 32 romanzi, così come con Henri James. Quando mi piace uno scrittore leggo tutto di lui. Certo non posso farlo con i giovani scrittori perché bisogna aspettare la pubblicazione del nuovo libro.

Un’ultima domanda: dopo aver viaggiato in tutto il mondo forse avrà individuato una città o un paese dove vorrebbe vivere?

Non ho una città in particolare e Roma, dove abito quando rientro dai miei viaggi, mi piace molto. Però il mio rifugio è una piccola casa in Abruzzo dove riesco a ritrovare la serenità e la concentrazione per riflettere ai miei nuovi progetti e dove posso leggere quello che veramente mi piace.

Ringraziamo Dacia Maraini del colloquio molto simpatico e interessante, con i nostri migliori auguri per i suoi prossimi libri.

Dacia Maraini, Tochter des Anthropologen Fosco Maraini und viele Jahre Gefährtin von Alberto Moravia, ist als Journalistin-Autorin seit jeher im politischen und sozialen Bereich engagiert. Sie gehört zu jener Gruppe, die das Privileg hatte, in einer Epoche der großen intellektuellen Wandlungen zu leben und im Kontakt mit Schriftstellern, welche dazu beitrugen, die italienische Nachkriegsliteratur zu gestalten. Sie hatte ihr Debut 1962 mit La vacanza (Tage im August) und hat seitdem zahlreiche Bücher veröffentlicht, darunter Isolina (Die zerstückelte Frau), Bagheria (Eine Kindheit auf Sizilien), Una nave per Kobe (Ein Schiff nach Kobe), La lunga vita di Marianna Ucria (Die stumme Herzogin), Voci (Stimmen), Buio (Kinder der Dunkelheit) und Theaterstücke, von denen wir Maria Stuarda, Dialogo di una prostituta con un suo cliente und Camille erwähnen.

Geboren 1936 in Fiesole, trägt sie ihre beinahe 70 Jahre immer noch locker und mit der Frische von jemandem, der es nach allen Erfahrungen schafft, die Einfachheit einer Intellektuellen ohne Überheblichkeit beizubehalten.

Am 13. April 2005 war sie Gast des Literaturhauses in Hamburg, um ihr neues Buch Colomba vorzustellen, das im Oktober in Deutschland erscheinen wird (Piper Verlag). Und bei eben dieser Gelegenheit hat sie CONTRASTO ein Interview gegeben.

Signora Maraini, welche Beziehung haben Sie zu Deutschland?

In Deutschland habe ich viele Leser, weil die Deutschen lesen und offen für Ausländer sind, wie man es nicht so leicht in den anderen europäischen Ländern findet. Zum Beispiel England ist sehr abgeschottet, ich habe dort zwar eine Reihe Bücher publiziert, aber die Einstellung gegenüber allem Nicht-Englischen ist argwöhnisch, während Deutschland so viele italienische Schriftsteller veröffentlicht hat, es ist wirklich ein offener Markt, nicht nur für Waren, sondern auch für Ideen, für Gedanken. Für mich ist das ein positiver Aspekt. Nur um ein Beispiel zu nennen: ich kenne viele Leute in Deutschland, die meine Theaterstücke aufgeführt haben. Es gibt also schon ein Verhältnis von gegenseitiger Kenntnis. Ich bedaure nur, kein Deutsch zu können, ich habe nie geschafft es zu lernen. Ich kann Französisch, Englisch und ein bisschen Spanisch ... ich habe mich einfach nicht besonders drum bemüht.

Die italienische und die deutsche Frau im Vergleich. Von Italien aus gesehen, welches sind die Unterschiede, die ins Auge fallen?

Ich würde sagen, dass die deutschen Frauen im allgemeinen sehr emanzipiert sind. In der Art sich zu kleiden, im Umgang spürt man, dass sie gleichberechtigter sind. Während ich dagegen bei uns abscheulich finde, dass jede Frau sich als Objekt der Verführung ins Spiel bringen muss, das Flirten mit den Beinen, die man zeigt, die Busen, in die man Einblick hat, also dies ganze Sichkleiden um zu verführen, nicht nur typisch für die Showbranche – und da kann ich es verstehen –, sondern auch für Intellektuelle, weil es fast eine Regel geworden ist. Im Fernsehen sieht man Frauen, die von Medizin reden, vom Gesetz, die Beine halb entblößt, mit Ausschnitten, als ob sie zum Tanzen gingen. Es ist etwas lächerlich, es ist eine sehr italienische Art, mit der man die Idee angenommen hat, dass die Frauen vor allem mit dem Körper sprechen. Mir scheint es in Deutschland anders zu sein.

Dasselbe gilt für die Zeitschriften. Bis beim Espresso eine Frau Chefredakteurin wurde, waren auf der Titelseite immer nackte Frauen.

Ja, das stimmt. Vor Jahren während einer Ausstellung über die Titelseiten des Espresso habe ich gezählt, dass von 52 Ausgaben 48 nackte Frauen hatten, unabhängig vom Titelthema. Ich finde, dass damit falsch erzogen wird, man nimmt den Mädchen das Vertrauen, sie haben falsche Bezugsmuster, nämlich, dass eine Frau mit den Beinen sprechen muss, mit dem Busen, aber nicht mit dem Kopf. Das spiegelt nicht die Realität, es ist beleidigend, weil es mittlerweile auf jedem Gebiet gut ausgebildete Frauen gibt. Leider gibt das Fernsehen ein schlechtes Beispiel und beeinflusst die Jugendlichen, die zum Schönheitschirurgen gehen, sich den Körper herrichten lassen, um den Schauspielerinnen zu gleichen.

Welches ist Ihr Bild vom Deutschland von gestern und von heute, und vor allem, wie sehen Sie Deutschland nach dem Fall der Mauer?

Die Mauer musste fallen, sie war ein zu monströses Bauwerk. Natürlich hat sie historische Wurzeln, es war zudem eine Teilung, die auch Wunden hinterlassen hat. Natürlich weiß ich, dass es immer noch Probleme zwischen Ost und West gibt, aber es war notwendig, dass die Mauer fiel.

Welches sind Ihre bevorzugten Autoren im deutschsprachigen Raum?

Ich mag sehr Thomas Bernhard, Ingeborg Bachmann, Peter Handke oder Christa Wolf, die in Italien sehr geschätzt wird; vom Monolog Kassandra wurden viele Theaterversionen gemacht.

Und von den jungen italienischen Autoren, welche würden Sie den Deutschen empfehlen?

Im Augenblick Ich habe keine Angst von Ammaniti, wonach ein sehr gelungener Film gedreht worden ist. Auch aus meinem Buch Marianna Ucria ist ein Film entstanden. Die Umsetzung des Romans ist dem Regisseur Faenza sehr gut gelungen. Simona Vinci ist eine sehr gute Autorin. Zur Zeit lese ich Il volo degli orsi (Einaudi-Verlag) von Santangelo, der mir gut geschrieben scheint, dann ist da Maria Pace Ottieri, die ja vielleicht nicht so jung ist, es ist die Tochter des Autors Ottiero Ottieri, der zur Generation von Pasolini gehört. Sie hat einen sehr schönen Roman über Afrika geschrieben [Quando sei nato non puoi più nasconderti, aus dem der letzte Film von M. T. Giordana im Festival von Cannes war, A.d.R.], und auch ihr letztes Buch lohnt sich.

Ich habe den Eindruck, dass in der modernen italienischen Literatur die Kraft nachlässt, dass man nach Effekten hascht.

Also, das Engagement ist zurückgegangen, zumindest bis vor kurzem. Die Anteilnahme war ein Konzept der 70er. Die Autoren sind ein wenig in sich selbst eingeschlossen, und es gibt viel Narzissmus, viel Selbstbetrachtung, viel Nabelschau. Nehmen wir zum Beispiel Domenico Starnone, einen guten Schriftsteller. In seinen ersten Büchern hat er eine Stellungnahme über die Beziehungen zur Schule abgeliefert, darüber, wie Italien sie gestaltet. Es sind schöne Bücher, erheiternd, es gibt Ironie. In letzter Zeit ist er daran gegangen, über seine Ängste zu schreiben, von einer Stellungnahme zur italienischen Gesellschaft ist er bei etwas Versponnenem gelandet, in einer in diesem Sinne abgeschlossenen Welt. Sein letztes Buch heißt La vita und ist verzweifelt. Via gemito dagegen ist schön, es handelt von einem etwas verrückten, frustrierten Vater.

Wenn Sie ein Buch anfangen und es gefällt Ihnen nicht, was tun Sie? Brechen Sie ab?

Ja, ich bin einverstanden mit Pennac und mit einem der Punkte, die in seinem „Recht der Leser“ zitiert werden: Erste Regel, wenn ein Buch dir nicht gefällt, lass es. Es gibt keine Pflicht es zu beenden. Das heißt nicht, dass dieses Buch damit abgeurteilt wird. Ich weiß, was mir gefällt; wenn es mich nicht wirklich interessiert, mache ich nicht weiter.

Sie haben bei so vielen Lesungen in Europa und in der Welt mitgemacht. Gibt es ein Publikum, das Sie als besonders zugetan in Erinnerung haben?

Ich muss sagen, dass ich mich fast immer einem aufmerksamen, interessierten Publikum gegenüber sehe. Sogar in den Schulen. Neulich bin ich in einer Schule gewesen, es war infernalisch laut, aber dann sind alle ruhig gewesen und haben intelligente Fragen gestellt. Die Jugendlichen stellen mehr Zwischenfragen als die Erwachsenen und sind nicht so schwer zu greifen, wie man sie beschreibt. Mir scheint, dass es diesbezüglich viele Gemeinplätze gibt.

Das bedeutet also: Das Publikum liest doch?

Es liest wenig. Prozentual liest man im europäischen Vergleich in Italien weniger als in anderen Ländern.

Wenn Sie ein Buch beenden, werden Sie sich wohl erleichtert fühlen. Brauchen Sie viel Zeit zum Schreiben?

Sicher arbeite ich sehr viel an einem Buch herum, es gibt viele Korrekturen, man überarbeitet es oft. Für einen normalen Roman brauche ich drei Jahre, für meinen letzten Colomba, einen etwas längeren, habe ich vier gebraucht, weil er historisch gesehen umfassender ist. Ich bin sehr anspruchsvoll.

Also auch in der Phase vor der Drucklegung gibt es viel Arbeit?

Normalerweise mache ich drei Korrekturen, aber es können auch dann noch Fehler vorkommen. Der Albtraum des Schriftstellers sind die Wiederholungen, man überliest sie. Sogar bei Flaubert, der schon zwanghaft war, hat man Wiederholungen festgestellt.

Gibt es ein Buch, das Sie nicht mehr schreiben würden?

Jedes meiner Bücher gehört zu einer unterschiedlichen Epoche, ich würde sagen, es sind alles Bücher gewesen, die eine eigene Zwangsläufigkeit hatten.

Welche Beziehung haben Sie zu den Übersetzern und den Übersetzungen Ihrer Bücher?

Für das Englische arbeite ich mit dem Übersetzer oft zusammen. Beim Deutschen muss ich mich in die Hand geben, sowie bei den anderen Sprachen. Den Übersetzer wählt der Verleger aus. Ich mag es, wenn der Übersetzer mir Fragen stellt oder um Rat fragt. Ein guter Übersetzer macht das. Während andere nicht nachfragen, und das ist kein gutes Zeichen. Manchmal gibt es unklare Passagen, und ich fordere sie auf mir zu schreiben. Ich habe lieber denselben Übersetzer, aber das geht nicht immer. Leider lässt sich die Übersetzung nicht kontrollieren.

Um einen Schriftsteller von Grund auf zu kennen, glauben Sie, dass es notwendig ist, alle seine Werke zu lesen, eins nach dem anderen, oder kann man ungeordnet das lesen, was einem gerade gefällt?

Ich habe es mit den Klassikern gemacht. Als ich mich in Balzac verliebt habe, habe ich alle seine 32 Romane gelesen, sowie bei Henri James. Wenn mir ein Autor gefällt, lese ich alles von ihm. Natürlich kann ich das nicht mit den jungen Autoren machen, weil man die Veröffentlichung des neusten Buches abwarten muss.

Eine letzte Frage: nachdem Sie die ganze Welt bereist haben, haben Sie vielleicht eine Stadt oder ein Land gefunden, wo Sie gerne leben würden?

Ich habe keine spezielle Stadt, und Rom, wo ich wohne, wenn ich von meinen Reisen zurückkomme, mag ich sehr. Aber mein Refugium ist ein Häuschen in den Abruzzen, wo ich die Gelassenheit und Konzentration wiederfinden kann, um über meine neuen Vorhaben nachzudenken und wo ich das lesen kann, was ich wirklich mag.

Wir danken Dacia Maraini für das sympathische und interessante Gespräch und wünschen ihr weiterhin viel Erfolg für ihre Bücher.