I dialetti marchigiani


«La veste più vera e genuina del nostro pensiero è il dialetto».

(Giuseppe Giusti, dialettologo del XIX secolo)


»Das wahrste und reinste Gewand unseres Denkens ist der Dialekt.«

(Giuseppe Giusti, Dialektforscher des 19. Jahrhunderts)

 
di Vanessa Santoni
Deutsch von Achim Leoni
«Ste Marche inzomma è probio desgraziate: tanti paesi edè, tante parlate, che una coll’altra ’n ci ha a che fa a noelle, e tra tutte è ’na torre de Vavelle!».

Il poeta Felice Rampini di Ascoli Piceno esprime in questi versi dei primi anni del 1900 tutta la varietà dialettale delle Marche. Un solo dialetto marchigiano, in effetti, non esiste, ma per motivi storici e geografici ogni provincia ha il proprio, talvolta diverso anche nell’ambito dello stesso circondario. Poiché questa regione ha subìto una colonizzazione diversificata e a più riprese, la parlata locale ha seguito distinte linee di sviluppo dando vita ad un panorama linguistico ricco e multiforme.

Anche se per i linguisti le Marche appartengono al gruppo centro-meridionale/mediano, in realtà nella regione convivono, geograficamente disposti in un continuum, dialetti di tipo settentrionale, centrale (toscano, umbro, laziale) e meridionale-abruzzese tali da rappresentare in microcosmo la situazione intera dell’Italia peninsulare. Il territorio marchigiano viene di norma suddiviso in quattro aree:

- la provincia di Pesaro-Urbino, il nord e la parte costiera di Ancona, appartenenti al ceppo gallo-italico, con una lingua collegata al romagnolo;

- il resto della provincia di Ancona e Macerata (inclusa la zona del fermano), che costituiscono il centro dei dialetti marchigiani, strettamente connessi a quelli umbri, romani e toscani;

- la zona circostante Camerino, che conserva, invece, un tipo di dialetto più arcaico, in cui si mantiene la “-u” finale, senza confondersi con la “-o”, come in “lu monnu” (il mondo), dal latino “mundus”;

- infine, la provincia di Ascoli Piceno, in cui la parlata è stata influenzata dall’abruzzese.

Va inoltre sottolineato che nelle città di mare e nei porti, come Senigallia ed Ancona, si trovano alcune forme d’origine veneta.

I termini gallo-italici (primo gruppo) si distinguono per la presenza dei suoni “ü” e “ö”; per la caduta di alcune vocali, come in “stimana” per settimana, “pover” per povero, “pranz” per pranzo; dall’inversione (metatesi) della consonante tonica, come in “arpià” per ripigliare, “arcudà” per ricordare; dal cambiamento (lenizione) della consonante sorda, come in “segondu” per secondo, “diga” per dica, “figu” per fico e dall’alterazione di tutte le vocali doppie; infine, la lettera “z”, come nella Romagna, diventa “s”, così si dirà “passa” per piazza e “tassa” per tazza.

Nel secondo tipo di dialetto, data la sua ristrettezza, è difficile stabilire delle regole precise, ma abbiamo alcuni caratteri specifici, come il cambio di “i” in “e” e viceversa, tipo in vetro, al plurale “vitre”; nei verbi, come in mietere, che in seconda persona diviene “tu miete”; il cambio “uo” in “o”, per cui buono diventa “bono”. Un’altra particolarità è l’assimilazione delle lettere: caldo è “callo”, grande “granne”, quando “quanno”, ecc... Nelle iniziali in “g” si hanno inoltre delle variazioni, dunque gioventù diventa “gioentù” ad Ancona, ma a Macerata la parola giovanotti si trasforma in “gghioenotti”, con un rafforzamento del suono duro “g”.

Nel territorio intorno a Camerino, invece, il dialetto marchigiano si mantiene più puro, con la sua caratteristica finale in “u”. La coinè “dell’u finale” abbraccia la parte centrale e maggiore della regione, i cui limiti si possono determinare fra la valle dell’Aso a sud e quella dell’Esino al nord.

Questo dialetto, unico nei suoi caratteri fondamentali, tende ad attribuire una certa sonorità alle consonanti sorde, specie dopo le nasali “n” ed “m”: quindi “c”, “p” e “t” divengono quasi “g”, “b” e “d”.

Nella letteratura G. G. Belli si burlò di una tale pronuncia in un sonetto scherzoso intitolato “Sonetto pasdorale”. Tuttavia, se il romanesco di G. G. Belli fu anche terribile strumento di satirica politica, se il siciliano di G. Meli ed il sardo di S. Satta ebbero forme e movenze liriche, se Carlo Porta piegò da par suo il milanese persino a polemiche letterarie... il dialetto marchigiano, semplice, bonario ed eminentemente rurale, non poté trattare, per dirla con Alfonso Leopardi, che di «argomenti umili, piani e preferibilmente locali, senza nascondere le parole men che decenti, perché esse sono moltissima parte del linguaggio del volgo. Quindi, chi può sentirsene scandalizzato, arricci pure il naso e passi oltre!».

Per quel che riguarda il vocabolario, la situazione del marchigiano è piuttosto composita. Citiamo alcuni esempi: nella prima zona si ha “bagé” per maiale e “butrigò” per precipizio; ad Ancona si ha “impalichì” per appisolarsi e “strofu” per cencio; a Macerata, “curtina” è podere e “sarvai” è imbuto; ad Ascoli Piceno, “furia” vuol dire molto, “fracchia” fango e “rua”, dal francese “rue”, significa via.

Il professor Baiardi della facoltà di Lettere ad Urbino afferma che «il diffondersi dell’istruzione e del linguaggio comune dei media ha condotto al declino del dialetto». Esso è comunque ancora diffuso tra gli anziani e nelle campagne, dove però non è puro, ma “inquinato” dall’italiano. Parlato poco, il dialetto è invece sostenuto e valorizzato dagli artisti regionali. A partire dagli anni ’70, sono aumentati gli studi incentrati sulla lingua locale, a cominciare dall’istituzione della cattedra di Dialettologia, proprio in seno all’Università di Urbino (1969-1970).

Lo spirito dovrebbe essere quello di favorire l’autocoscienza linguistica. Lungi cioè dal cercare di stimolare mitici e impossibili ritorni alle origini, si auspica piuttosto di contribuire al formarsi di una più pronta, approfondita e diffusa capacità di percezione delle diversità, nel rapporto dialettico fra radicamento in una realtà territorialmente definita ed uso consapevole e adeguatamente padroneggiato del dialetto di ciascuno.

Die Marken haben wirklich Pech: So viele Dörfer, so viele Mundarten, die nichts miteinander zu schaffen haben und alle zusammen sind wie der Turm zu Babel!“

Mit diesen Versen bringt der aus Ascoli Piceno stammende Dichter Felice Rampini Anfang des 20. Jahrhunderts die ganze Dialektvielfalt der Marken zum Ausdruck. Tatsächlich gibt es nicht nur einen Dialekt der Marken, sondern jede Provinz hat, aus historischen und geographischen Gründen, ihren eigenen, der manchmal sogar noch innerhalb der eigenen Grenzen divergieren kann. Nachdem die Region von unterschiedlichen Völkern mehrfach besiedelt wurde, hat die örtliche Mundart verschiedene Entwicklungslinien genommen und so zu einem reichen und vielgestaltigen sprachlichen Panorama geführt.

Auch wenn die Marken für die Sprachforscher zur Mitte-Süd-Gruppe gehören, existieren in der Region, geographisch fließend ineinander übergehend, Dialekte des oberitalienischen, zentralen (Toskanisch, Umbrisch, Latium-Dialekt) und unteritalienisch-abruzzischen Typs nebeneinander und bilden so als Mikrokosmos die Gesamtsituation der italienischen Halbinsel ab. Die Marken werden gewöhnlich in vier Zonen eingeteilt:

- die Provinz Pesaro-Urbino, der nördliche und der Küstenteil von Ancona, die zum gallisch-italischen Stamm gehören, mit einer Sprache, die mit dem Romagnolo verwandt ist;

- der übrige Teil der Provinz Ancona sowie Macerata (einschließlich des Gebiets um Fermo), die das Zentrum der Dialekte der Marken bilden und eng mit den umbrischen, römischen und toskanischen verwoben sind;

- das Gebiet um Camerino, das hingegen einen ursprünglicheren Dialekttyp bewahrt hat, in dem das End-„u“ beibehalten wurde, ohne sich mit dem „-o“ zu vermischen, so wie in „lu monnu“ (il mondo = die Welt), vom lateinischen „mundus“;

- schließlich die Provinz Ascoli Piceno, deren Mundart vom Abruzzischen beeinflusst wurde.

Hervorzuheben ist auch, dass sich in den Küsten- und Hafenstädten, wie in Senigallia und Ancona, noch einige Sprachformen venetischer Herkunft finden.

Die gallisch-italischen Termini (erste Gruppe) zeichnen sich aus durch die Laute „ü“ und „ö“, das Wegfallen einiger Vokale wie in „stimana“ für „settimana“ (Woche), „pover“ für „povero“ (arm), „pranz“ für „pranzo“ (Mittagessen); durch die Inversion (Metathese) des betonten Konsonanten, wie in „arpià“ für „ripigliare“ (wieder aufnehmen), „arcudà“ für „ricordare“ (erinnern); durch den Wandel (Aufweichung) des stummen Konsonanten, wie in „segondu“ für „secondo“ (Zweiter), „diga“ für „dica“ (sagen Sie), „figu“ für „fico“ (Feige) und durch die Veränderung aller Doppelvokale; schließlich wird wie in der Romagna der Buchstabe „z“ zu „s“: Man sagt etwa „passa“ für „piazza“ (Platz) und „tassa“ für „tazza“ (Tasse).

Beim zweiten Dialekttyp ist es angesichts seiner Begrenztheit schwierig, präzise Regeln aufzustellen, aber einige charakteristischen Besonderheiten sind auszumachen, wie der Wandel von „i“ zu „e“ und umgekehrt, zum Beispiel bei „vetro“ (Glas) das im Plural statt „vetri“ zu „vitre“ wird; bei den Verben, wie in „mietere“ (mähen), das in der zweiten Person zu „tu miete“ (statt „tu mieti“) wird; der Wandel von „uo“ in „o“, durch den „buono“ (gut) zu „bono“ wird. Eine andere Eigenart ist die Angleichung der Buchstaben: „caldo“ (warm) ist „callo“, „grande“ (groß) „granne“, „quando“ (wann) „quanno“ usw. Bei „g“ als Anfangsbuchstaben gibt es überdies Abweichungen; so wird „gioventù“ (Jugend) in Ancona zu „gioentù“, während sich in Macerata das Wort „giovanotti“ (Jungs) in „gghioenotti“ verwandelt, mit einer Verstärkung des harten g-Lautes.

Im Gebiet um Camerino dagegen ist das Marchigiano reiner geblieben mit seinem charakteristischen Ausklang in „u“. Die Gemeinsprache des „End-u“ umfasst den zentralen und größten Teil der Region, der sich vom Aso-Tal im Süden bis zum Esino im Norden erstreckt.

Dieser in seinen grundlegenden Charakterzügen einzigartige Dialekt neigt dazu, den stummen Konsonanten eine gewisse Stimmhaftigkeit beizumessen, besonders nach den Nasalen „n“ und „m“: „c“, „p“ und „t“ werden demnach beinahe zu „g“, „b“ und „d“.

In der Literatur macht sich G. G. Belli in einem scherzhaften Sonett mit dem Titel „Soneto pasdorale“ über diese Aussprache lustig. Doch auch wenn das Römische von G. G. Belli zu einem großen Instrument der politische Satire wurde und auch wenn das Sizilianische von G. Meli und das Sardische von S. Satta lyrische Formen und Bewegungen aufweist und Carlo Porta sein Mailändisch sogar für literarische Polemiken verbiegt: Der Dialekt der Marken, einfach, gutherzig und überaus ländlich, kann nicht von anderem handeln als, um es mit Alfonso Leopardi zu sagen, von „niederen, leisen und vorzugsweise lokalen Themen, ohne die weniger dezenten Wörter zu verstecken, weil diese unbedingt Teil der Sprache des Volkes sind. Wer also Anstoß nimmt, der möge ruhig die Nase rümpfen und weitergehen!“

Was das Vokabular betrifft, so ist die Situation des Marchigiano ziemlich gemischt. Einige Beispiele: In der ersten Zone sagt man „bagé“ für „maiale“ (Schwein) und „butrigò“ für „precipizio“ (Abgrund); in Ancona gibt es das Wort „impalichì“ für „appisolarsi“ (einschlummern) und „strofu“ für „cencio“ (Lappen); in Macerata steht „curtina“ für „podere“ (Gut) und „sarvai“ für „imbuto“ (Trichter); in Ascoli Piceno bedeutet „furia“ „molto“ (viel), „fracchia“ „fango“ (Dreck) und „rua“, vom Französischen „rue“, Strasse (statt „via“).

Professor Baiardi von der sprachwissenschaftlichen Fakultät in Urbino stellt fest, dass „die Ausbreitung von Bildung und Mediensprache zum Niedergang des Dialekts geführt haben“. Letzterer ist aber noch unter den Alten und auf dem Lande verbreitet, wo er allerdings nicht rein, sondern vom Italienischen verwässert ist. Allerdings wird der Dialekt von den Künstlern der Region aufrechterhalten und gewürdigt. Seit den 70er-Jahren gibt es vermehrt Untersuchungen zur lokalen Sprache, angefangen mit der Einrichtung des Lehrstuhls für Dialektvorschung an der Universität Urbino (1969/70).

Die Idee, die dahintersteckt, ist, das sprachliche Selbstbewusstsein zu fördern. Weit entfernt von dem Versuch, eine mythische und unmögliche Rückkehr zu den Wurzeln anzuregen, geht es vielmehr um die Bildung einer spontaneren, tieferen und verbreiteteren Fähigkeit Vielfalt wahrzunehmen, und das im Spannungsfeld zwischen Verwurzelung in einem bestimmten Territorium und bewusstem und angemessen beherrschten Gebrauch des Dialekts durch jeden Einzelnen.

Proverbi marchigiani - Sprichwörter aus den Marken


Chi ja moscato na serpe, c’ha paura pure de na lucertola

Chi è stato morso da un serpente, ha paura anche di una lucertola

Wer von einer Schlange gebissen wurde, hat auch Angst vor einer Eidechse


Quel ch’ s’ fa d’nott, s’arsà de giorn

Quello che si è fatto di notte, lo si viene a sapere di giorno

Was nachts geschieht, kommt tags ans Licht


Le bott del vin bon e i omm brèvi fnischn prest

Le botti di vino buono e gli uomini bravi finiscono presto

Tapfere Menschen (oder Männer?!) sind rasch am Ende, genau wie Fässer guten Wein schnell leer sind


Chi s’arricchisce, o a da rubbà o a da troà

Per arricchirsi, si deve rubare o ereditare

Um reich zu werden, muss man stehlen oder erben


Pô tené lo gra che spica? Cuscì la jende che non dica

Puoi impedire al grano di spigare? Così alla gente di parlare

Dem Weizen kannst du nicht verbieten zu sprießen, den Leuten nicht zu reden