La paura Wovor fürchten sich die Deutschen eigentlich am meisten?
|
di Antonella Romeo |
Deutsch von Christine Gräbe |
| «Ho
paura che anche oggi pioverà!», annuncio alle mie figlie insieme
al buongiorno una domenica mattina aprendo i tendoni della loro stanza.
«Perché hai paura mamma?». Le mie bimbe, nate in Germania, sono allarmate dalla mia frase, e già simmaginano unalluvione che raggiunge il nostro secondo piano o dei fulmini che si abbattono sul nostro tetto e, come già una volta accadde, ci distruggono il computer e limpianto stereo. E magari questa volta, già che ci sono, inceneriscono tutta la casa Roba da morir di paura! E invece dal cielo vengono giù solo le innocue goccerelle di una spessa umidità che ci impregna le ossa di malumore, ma che persino fossimo di zucchero o più probabilmente di sale non ci recherebbero alcun danno. «Ma no, è un modo di dire italiano», tranquillizzo i miei piccoli smemorati miscugli. Quante volte avevano già sentito dalla madre frasi come: «Ho paura di aver finito il latte», «ho paura che se tua sorella non si sbriga arriveremo in ritardo a scuola», «ho paura che in vacanza dalla nonna ingrasseremo di qualche chilo». Si tratta di paure di poco conto, timori, sospetti Robetta da ridere. Da bambina, in Italia, sono cresciuta con queste espressioni di paure domestiche e addomesticabili. Erano i piccoli timori di una generazione privilegiata nata e cresciuta in tempo di pace. Ben altre paure avevano vissuto mia madre e i più vecchi! Paure collettive. Quella dei bombardamenti sulle città, quella dei passi notturni dei soldati nemici e dei fascisti fuori nelle strade. Per un periodo del dopoguerra, quando ero ragazzina, si ebbe paura di saltare in aria insieme a un treno, perché a quei tempi cera in Italia qualcuno che si premurava di salvare il paese dal pericolo rosso, mettendo bombe sui treni, nelle sale di attesa delle stazioni, nelle piazze Poi le ansie rifluirono nel privato. Di crucci e di fallimenti personali o economici ne aveva ognuno in abbondanza nella vita, ma nonostante tutto non a sufficienza per riempirla. Perché si continuava a ridere, a fare cene con gli amici, ad andare al mare, a soffiarsi il naso dopo aver versato le lacrime. Le grane si subivano quando venivano, come le malattie. Non cera bisogno di temerle quando non cerano e quando ci si ammalava non si aveva tempo di averne paura, bisognava affrontarle, come un disastro naturale o la disoccupazione o la pensione minima o un matrimonio sbagliato. In Germania, invece, la paura sembra essere una costante dellanima o della psiche collettiva dei tedeschi. La parola Angst non solo indica la paura, ma anche langoscia, lansia, cioè una paura indifferenziata e diffusa, propria delle menti un po scosse. Insomma la Germania sembra un paese costantemente angosciato e non si capisce se siano le ansie private ad influire sullumore della nazione o se è lansia collettiva che si riversa sui singoli. Leggere per credere. Dalle cronache di gennaio-marzo 2006: Die Angst vor dem sozialen Absturz, (La paura del declassamento sociale, Magazin der Süddeutschen Zeitung); Die Deutsche schauen voller Sorgen auf ihre sich abkapselden Zuwanderer (I tedeschi guardano con grande preoccupazione ai loro immigrati che si isolano, DIE ZEIT); Hilflos suchen Politiker und Experten nach einer Strategie zur Eindämmung der Vogelgrippe (Politici e esperti cercano disarmati una strategia per arginare laviaria, Der Spiegel); Schock und Horror: Wie das Vertrauen in die gesetzliche Rente zerstört wird (Shock e orrore: come viene annullata la fiducia nella pensione, Freitag); Die Zahl der Alten wird wachsen. Hochste Zeit für die Jüngeren, ihre Zukunft zu planen (Il numero degli anziani è in crescita. È ora che i più giovani programmino il loro futuro, Chrismon); Im Jahr 2050 werden in Deutschland etwa acht Millionen Menschen weniger leben als jetzt (Nel 2050 la popolazione in Germania sarà diminuita di otto milioni, Süddeutsche Zeitung); 47 Millionen Schweine haben wir voriges Jahr vertilgt. Dabei ist die Industriemast schädlich für die Umwelt(Lanno scorso abbiamo consumato 47 milioni di suini. Eppure gli allevamenti di massa sono dannosi per lambiente, DIE ZEIT). Cosa temono di più i tedeschi? La disoccupazione o i pennuti influenzati, il crollo demografico o la stranierizzazione della società, il declassamento sociale, lalluvione, le violenze nelle scuole, le conseguenze della globalizzazione sulleconomia? Si direbbe che i tedeschi si sentano i soli ad essere minacciati dalle calamità della vita e della storia umana. Proprio loro che, senza voler dire una cattiveria, sono stati per tanti popoli una calamità storica. Forse non cè nessun altro popolo sulla faccia della terra che ha fatto storicamente più paura del popolo tedesco, anche se ogni popolo o drappello di popolo è stato capace di atti spaventosi nei confronti di altri popoli o di minoranze. Vivo nel paese più assicurato del mondo, dove nessun tedesco deve temere di dover morire di fame o di freddo, dove nessuno deve temere di finire ingiustamente in galera e di essere torturato. Eppure in questo paese ci sono persone che hanno paura, non unansia esistenziale ma una paura vera, per esempio di camminare da soli di notte. Hanno paura per via del colore della propria pelle. Forse i tedeschi devono riflettere se non sono loro stessi a farsi paura. Se ci sono persone che per il colore della propria pelle non si azzardano a frequentare determinati luoghi della Bundesrepublik, forse è il momento di smetterla di avere una generica ansia del futuro e di iniziare invece ad occuparsi seriamente nel presente delle paure degli altri, di quelli che sono stati coraggiosi ad andarsene dal proprio Paese e ad affrontare laltrove. |
»Ich
habe Angst, dass es heute wieder regnen wird!«, verkünde ich meinen
Töchtern, als ich ihnen an einem Sonntag Guten Morgen wünsche und
die Gardinen in ihrem Zimmer aufziehe.
»Warum hast du davor Angst, Mama?« Die Bemerkung alarmiert meine beiden in Deutschland geborenen Mädchen. Sofort stellen sie sich vor, dass unsere Wohnung im zweiten Stock überschwemmt wird. Dass Blitze in unserem Dach einschlagen und, wie es schon einmal passiert ist, unser Computer und die Stereoanlage durchbrennen. Dass die Blitze dieses Mal, wo sie schon mal dabei sind, gleich das ganze Haus in Schutt und Asche legen ... Dinge, vor denen man wirklich schreckliche Angst haben kann! Dabei sind es nur die üblichen harmlosen Tröpfchen aus dichter Feuchtigkeit, die unsere Glieder mit Missmut durchtränken, uns aber, selbst wenn wir aus Zucker, oder, viel wahrscheinlicher, aus Salz wären, nicht das Geringste anhaben könnten. Aber das ist doch nur eine italienische Redensart, beruhige ich meine beiden vergesslichen kleinen Mischungen. Wie oft haben sie von ihrer Mutter schon Sätze dieser Art gehört: »Ich habe Angst, dass die Milch alle ist.« »Ich habe Angst, dass wir zu spät zur Schule kommen, wenn deine Schwester sich nicht beeilt.« »Ich habe Angst, dass wir in den Ferien bei nonna (Oma) ein paar Kilo zunehmen werden.« Es sind belanglose Ängste, unbedeutende Sorgen und Zweifel ... worüber man lachen kann. Ich bin in Italien groß geworden und war als Kind umgeben von derlei Redewendungen über alltägliche und bezähmbare Ängste. Es waren die kleinen Sorgen einer privilegierten Generation, die in Friedenszeiten geboren und aufgewachsen war. Meine Mutter und ältere Leute hatten da ganz andere Ängste erlebt! Kollektive Ängste. Vor den Bombenangriffen in den Städten, vor den Schritten der feindlichen Soldaten und der Faschisten draußen in der Nacht. Nach dem Krieg, als ich noch Heranwachsende war, fürchtete man sich für eine Weile, gemeinsam mit einem Zug in die Luft zu fliegen, da jemand in Italien eifrig darum bemüht war, das Land vor der roten Gefahr zu schützen, indem man in Zügen, in den Wartesälen der Bahnhöfe und auf öffentlichen Plätzen Bomben deponierte ... Später zogen sich die Ängste ins Private zurück. Ärger und persönliche oder wirtschaftliche Misserfolge kannte zwar jeder, allerdings nicht in solchem Ausmaß, dass das ganze Leben damit erfüllt wurde. Man hörte nicht auf, zu lachen, Freunde zum Abendessen einzuladen oder Ausflüge ans Meer zu unternehmen und sich die Nase zu schnäuzen, wenn die Tränen vergossen waren. Ärger nahm man, wenn er kam, hin wie eine Krankheit. Es gab keinen Grund, sich davor zu fürchten, solange kein Ärger da war. Und wenn es einen erwischte, hatte man keine Zeit, sich deswegen zu grämen, sondern man musste sich ihm stellen, der Naturkatastrophe ebenso wie der Arbeitslosigkeit, der Mindestrente oder der gescheiterten Ehe. In Deutschland hingegen scheint die Angst fester Bestandteil der kollektiven Seele, der kollektiven Psyche zu sein. Das Wort Angst meint nicht nur die Furcht vor einer bestimmten Sache, sondern auch die nur schwer greifbare und sich in allem ausbreitende Furcht einer erschütterten Psyche. In Deutschland scheint man ständig in Sorge zu leben, wobei nicht ganz klar ist, ob es die privaten Ängste sind, die die Stimmung der ganzen Nation beeinflussen, oder ob es die kollektive Angst ist, die sich in den Einzelpersonen widerspiegelt. An den Titeln der Pressemeldungen von Januar bis März 2006 ist es unübersehbar abzulesen: Die Angst vor dem sozialen Absturz (Magazin der Süddeutschen Zeitung); Die Deutschen schauen voller Sorgen auf ihre sich abkapselnden Zuwanderer (DIE ZEIT); Hilflos suchen Politiker und Experten nach einer Strategie zur Eindämmung der Vogelgrippe (Der Spiegel); Schock und Horror: Wie das Vertrauen in die gesetzliche Rente zerstört wird (Freitag); Die Zahl der Alten wird wachsen. Höchste Zeit für die Jüngeren, ihre Zukunft zu planen (Chrismon); Im Jahr 2050 werden in Deutschland etwa acht Millionen Menschen weniger leben als jetzt (Süddeutsche Zeitung); 47 Millionen Schweine haben wir voriges Jahr vertilgt. Dabei ist die Industriemast schädlich für die Umwelt (DIE ZEIT). Wovor fürchten sich die Deutschen eigentlich am meisten? Vor der Arbeitslosigkeit oder der Vogelgrippe, der Überalterung oder der Überfremdung der Gesellschaft, dem sozialen Abstieg, Überschwemmungen, der Gewalt in den Hauptschulen oder vor den Folgen der Globalisierung auf die Wirtschaft? Man könnte fast meinen, dass die Deutschen die einzigen sind, die von den Gefahren des Lebens und historischem Unglück bedroht werden. Ausgerechnet die Deutschen, die doch, und das ist nicht bösartig gemeint, für so viele Völker zum Inbegriff des Unheils wurden. Sie sind vermutlich sogar das Volk, das in der Geschichte der Welt mehr Angst und Schrecken verbreitet hat als jedes andere. Jedenfalls ist doch leider jedes Volk, oder Teile davon, zu schrecklichen Taten gegenüber anderen Völkern oder Minderheiten fähig gewesen. Ich lebe im bestversichertesten Land dieser Erde, in dem kein Deutscher sich fürchten muss, vor Hunger oder Kälte zu sterben, wo sich niemand davor fürchten muss, unschuldig im Gefängnis zu landen oder gefoltert zu werden. Und doch gibt es in diesem Land Menschen, die Angst haben, keine Existenzangst, sondern ganz konkrete Angst zum Beispiel davor, nachts alleine spazieren zu gehen. Sie haben Angst wegen ihrer Hautfarbe. Vielleicht sollten die Deutschen einmal darüber nachdenken, ob es nicht sie selbst sind, die sich Angst machen. Wenn es Menschen gibt, die sich aufgrund ihrer Hautfarbe nicht trauen, bestimmte Orte der Bundesrepublik aufzusuchen, ist es vielleicht an der Zeit, der allgemeinen Angst vor der Zukunft ein Ende zu setzen. Vielleicht sollte man stattdessen damit anfangen, sich ernsthaft mit den sehr gegenwärtigen Ängsten der anderen auseinanderzusetzen, derer nämlich, die so mutig waren, das eigene Land zu verlassen und sich Demanderswo zu stellen. |