La prima volta... in Germania Eindrücke einer Italienerin mit deutscher Staatsangehörigkeit bei der Bundestagswahl
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di Antonella Romeo |
Deutsch von Dirk Boks & Christine Gräbe |
| «Endlich
kommt Leben in die Bude!» («Finalmente un po di vita in
sta casa») Die Bude è una casa di riposo per anziani
in cui una volta ogni quattro anni un intenso viavai non fa certo rimpiangere
ai residenti la pace delle domeniche non elettorali. Nel corridoio siede
il comitato di accoglienza, tre vecchiette solerti e loquaci nel distribuire
informazioni da nessuno sollecitate sulla locazione del seggio:
«G e r a d e a u s, durch die Cafeteria und dann links!»
(«A t t r a v e r s o il bar, quindi a sinistra»).
Come si fa a non ricambiare quel radioso sorriso, il sorriso inconfondibile di chi non ha più un granché da temere per il futuro. «Danke schön, meine Damen!» («Molte grazie, care signore!»). Alcuni Herren siedono nel silenziosissimo baretto della casa, in compagnia del loro inseparabile Rollator (quel trabiccolo a rotelle con manubrio equipaggiato di freno, seggiolino per le soste e alloccorrenza cestino per la spesa, di cui non mi sovviene alcun nome in italiano. Gli italiani sono rimasti allera del bastone...). Loro, gli Herren, probabilmente quel viavai non lhanno capito e nel loro sguardo si legge lo smarrimento di chi vorrebbe essere informato dal visitatore sulla natura del luogo in cui sono capitati. Ancora pochi passi e avrei raggiunto lingresso del seggio. Sono emozionata, è la mia prima volta... in Germania. Ad essere sincera durante i miei 16 anni dininterrotta vita tedesca avevo già votato per le elezioni comunali di Halstenbek, comune dello Schleswig-Holstein e sobborgo di Amburgo. Non era stato facile votare neanche lì, poiché il sindaco uscente e rappresentante lala politica di mio gradimento aveva avuto la sfacciataggine di ricandidarsi anche dopo il fallimento dellopera più rilevante della sua legislatura: uno stadio avveniristico e rispettoso dellambiente, mimetizzato in una conca erbosa e protetto da uninvisibile cupola in vetro, che aveva avuto il buonsenso di crollare poco prima dellinaugurazione e non durante. Tornata residente ad Amburgo mi ero dimenticata di votare per le circoscrizioni, evidentemente un rifiuto inconscio di recarmi alle urne per votare un organismo responsabile degli Spielplätze (parchi giochi) e degli attraversamenti pedonali, per il voto dei quali anche la metà dei cittadini nati tedeschi si dimentica di votare. Questa volta, però, non si trattava più di roba locale, di petting elettorale. Una settimana prima delle elezioni mi avevano concesso la cittadinanza tedesca, ero diventata una cittadina politicamente matura. Il mio voto sarebbe stato un atto completo, la mia prima volta... appunto, in Germania. Agli scrutatori, una squadra mista di signori e signore di mezza età e tutti rigorosamente in sovrappeso di corpo e di spirito, consegno il certificato elettorale e il mio vorläufiger Ausweis (carta didentità provvisoria), per il quale tre giorni prima avevo dovuto pagare nellufficio addetto otto euro appositamente per poter recarmi alle urne, visto che quello definitivo mi sarebbe stato consegnato solo tre mesi dopo (previo pagamento di altri 8 euro!). «Sarò forse lunica/o cittadina/o in questo paese che ha dovuto pagare otto euro per poter votare, bisognerebbe darmi un riconoscimento per il mio senso civico?», dico scherzosa allimpiegata che mi guarda infastidita e non ricambia il mio buon umore... Perché non avrei potuto semplicemente mostrare il mio certificato elettorale e la nuova Einbürgerungsurkunde (certificato di cittadinanza) consegnatomi dalla Sachbearbeiterin che si è occupata da circa un anno e mezzo a questa parte della mia pratica di cittadinanza, ereditata da un collega che laveva presa in consegna un anno e mezzo prima e che nel corso del tempo era misteriosamente scomparso dal suo ufficio? «Sie müssen diese Urkunde sorgfältig aufbewahren, das ist der einzige Beweis für ihre Einbürgerung» («Conservi con cura questo certificato, è il suo unico documento di cittadinanza»), mi aveva detto minacciosa Frau S. sollevando di tre centimetri il suo posteriore dalla sedia e allungando la mano per felicitarsi: «Ich gratuliere!» («congratulazioni!»), aveva aggiunto senza troppa convinzione risparmiando un sorriso di accompagnamento che potesse in qualche modo mascherare la sua indifferenza nel pronunciare quella frase dobbligo. Ci avevo messo più di tre anni a prendere la cittadinanza tedesca e, in una corrispondenza con Frau S., avevo recentemente dichiarato di essere «des Deutschwerden müde» (stanca di diventare tedesca) e di voler fare domanda per la restituzione dei 255 euro versati al tempo della mia domanda. «Jetzt sind Sie eine Deutsche!» (Adesso lei è tedesca!»), aveva infierito Frau S., lieta probabilmente di avere una pratica in meno da svolgere. A quel punto ho sentito la necessità di difendermi da quel commento. «Eigentlich bin ich deutsche Bürgerin geworden, aber eine "Deutsche" werde ich nie werden können!» («A dir la verità sono diventata cittadina tedesca, ma "tedesca" non potrò mai diventarla»). Il filosofare sulla questione dellidentità nazionale non mi sembrava la passione della mia ex Sacharbeiterin, dalla quale mi sono congedata o meglio... congelata. «Feiern Sie schön!» («Faccia una bella festa!»), sono state le sue ultime parole. Festeggiare? Da buona "cittadina tedesca" mi sono guardata poi i risultati delle elezioni con i miei amici. Eravamo tre italiani, due cittadini tedeschi nati in Africa e un tedesco che fa il Gastarbeiter (lavoratore straniero) in Austria, dato che in Germania non trova lavoro. Forse frequento le compagnie sbagliate, ma nessuno ha proposto un brindisi alla mia Einbürgerung (acquisita cittadinanza)! Chiusa la parentesi, eccomi al seggio... e gli scrutatori non riescono a trovare il mio nome sulla lista elettorale. Mentre cercano scettici, dico emozionata e allegra: «È la mia prima volta». Ma anche in questa occasione il lieto annuncio della mia naturalizzazione mi rimbalza indietro come una palla elastica. Mi sembra di scrutare fra i pensieri degli scrutatori e di immaginare un «Na und?» («E allora?!»). Infine trovano il mio nome, scritto a mano in fondo alla lista. Vado dietro il paravento con il fogliaccio in carta riciclata, segno senza troppa convinzione la mia preferenza e quando tutto è finito mi dico: «Tutto lì?!». |
»Endlich
kommt Leben in die Bude!« Die "Bude" ist ein Altenheim, in dem alle
vier Jahre ein lebhaftes Kommen und Gehen den Frieden der Nicht-Wahlsonntage
unterbricht, und dies offenkundig nicht zum Bedauern seiner Bewohner. Im
Gang residiert ein Empfangskomitee aus drei alten Damen, die mit großem
Eifer und in bester Redelaune Auskünfte über die genaue Lage des
Wahllokals erteilen, obwohl niemand danach fragt: »G e r a d
e a u s, durch die Cafeteria und dann links!«
Wie kann man dieses strahlende Lächeln unerwidert lassen, das unverwechselbare Lächeln von Menschen, die von der Zukunft nicht mehr viel zu befürchten haben. »Danke schön, meine Damen!« Einige Herren sitzen im bedenklich ruhigen Café des Hauses, zusammen mit ihren nicht wegzudenkenden "Rollatoren" (jenen Vehikeln auf Rädern, die mit Lenker und Bremse, einem kleinem Sitz für Pausen sowie einem Einkaufskorb für den Bedarfsfall ausgestattet sind und für die mir im Italienischen kein Name einfällt. In Italien herrscht schließlich noch immer der Krückstock ...). Sie, die Herren können sich das Kommen und Gehen offenbar nicht recht erklären, und in ihrem Blick ist Verwirrung zu erkennen, zu gerne würden sie vom Besucher darüber aufgeklärt werden, an was für einen Ort sie da bloß geraten sind. Nur wenige Schritte trennen mich noch vom Eingang zum Wahllokal. Ich bin aufgeregt. Es ist mein erstes Mal ... in Deutschland. Nun, um ehrlich zu sein, hatte ich in den 16 Jahren, die ich ohne Unterbrechung in Deutschland gelebt habe, schon einmal gewählt, bei den Kommunalwahlen in Halstenbek, einer Vorstadt Hamburgs, die zugleich eine schleswig-holsteinische Gemeinde ist. Und auch dort war die Wahl nicht leichtgefallen, der scheidende Bürgermeister und Vertreter der von mir bevorzugten politischen Richtung hatte nämlich die Unverfrorenheit besessen, sich auch nach dem Scheitern des bedeutendsten Vorhabens seiner Amtszeit zur Wiederwahl zu stellen: ein futuristisches und umweltgerechtes Sportstadion, eingebettet in eine begraste Muschel und überdacht von einer unsichtbaren Glaskuppel, welche immerhin den Anstand hatte, kurz vor und nicht während der Einweihung einzustürzen. Wieder in Hamburg gemeldet, hatte ich es versäumt, zu den Bezirkswahlen zu gehen, offensichtlich eine unbewusste Weigerung, mich an die Urnen zu begeben, um eine Organisation zu wählen, die für Spielplätze und Fußgängerüberquerungen verantwortlich ist, und die zu wählen im übrigen auch die Hälfte der einheimischen Bürger vergisst. Diesmal aber ging es nicht mehr um lokales Zeug, nicht um irgendein Wahlvorspiel. Eine Woche vor den Bundestagswahlen wurde mir die deutsche Staatsbürgerschaft zuerkannt. Ich ich war also zu einer politisch mündigen Bürgerin herangereift. Und diesmal würde der Wahlakt vollständig vollzogen, .Es würde also mein erstes Mal sein ... genauer gesagt, mein erstes Mal in Deutschland. Den Wahlhelfern, einer gemischten Mannschaft aus Damen und Herren mittleren Alters, allesamt ganz entschieden übergewichtig an Körper und Geist, übergebe ich den Wahlschein und meinen vorläufigen Ausweis, für den ich vor drei Tagen im zuständigen Amt acht Euro bezahlen musste, um meine Stimme abgeben zu dürfen, ein endgültiges Exemplar wird mir nämlich erst drei Monate später ausgestellt (gegen vorherige Zahlung von weiteren acht Euro!). »Ich habe wahrscheinlich als einzige/r in diesem Land acht Euro bezahlen müssen, um wählen zu können, müsste man mir nicht eine Anerkennung für meinen Bürgersinn aussprechen?«, sage ich scherzhaft zu der Angestellten, die mich verdrießlich anschaut und meine gute Laune nicht erwidert ... Warum konnte ich auch nicht einfach meinen Wahlschein und die neue Einbürgerungsurkunde vorlegen, die mir von jener Sachbearbeiterin ausgehändigt worden war, die seit nunmehr etwa anderthalb Jahren für meine Staatsangehörigkeitsangelegenheit zuständig war, nachdem sie einen Kollegen beerbt hatte, der meine Akte weitere anderthalb Jahre zuvor zur Aufbewahrung an sich genommen hatte und im Lauf der Zeit auf ungeklärte Weise aus seinem Büro verschwunden war? »Sie müssen diese Urkunde sorgfältig aufbewahren, das ist der einzige Beweis für Ihre Einbürgerung«, hatte mir drohend Frau S. gesagt, wobei sie ihr Hinterteil drei Zentimeter vom Sitz erhob und die Hand ausstreckte, um sich zu beglückwünschen: »Ich gratuliere!«, hatte sie ohne große Überzeugung hinzugefügt. Das Lächeln, mit dem sie die Artikulation dieser Pflichtphrase hätte begleiten können, um ihre Teilnahmslosigkeit wenigstens ein bisschen zu kaschieren, sparte sie sich. Es hatte mich mehr als drei Jahre gekostet, die deutsche Staatsangehörigkeit zu erhalten und in einem Briefwechsel mit Frau S. hatte ich erst kürzlich erklärt, »des Deutschwerdens müde zu sein« und um Erstattung von 255 Euro ersucht, die ich bei Antragsstellung entrichtet hatte. »Jetzt sind Sie eine Deutsche!«, hatte Frau S. versetzt, erleichtert vermutlich, da sie nun eine Akte weniger zu betreuen hatte. Angesichts dieser Bemerkung hatte ich das Bedürfnis mich zu wehren: »Eigentlich bin ich deutsche Bürgerin geworden, aber eine "Deutsche" werde ich nie werden können!«. Das Philosophieren über die Frage nationaler Identität schien mir nicht zu den Leidenschaften meiner Ex-Sachbearbeiterin zu gehören, so dass ich mich von ihr verabschiedete ... und zwar mindestens bis zur nächsten Eiszeit. »Feiern Sie schön!«, waren ihre letzten Worte. Feiern? Als gute "deutsche Bürgerin" habe ich mir dann die Wahlergebnisse mit meinen Freunden angesehen. Wir waren drei Italiener, zwei in Afrika geborene Deutsche und ein Deutscher, der den Gastarbeiter in Österreich gibt, da er in Deutschland keine Arbeit findet. Vielleicht verkehre ich in den falschen Kreisen, aber keiner der Anwesenden hat anlässlich meiner Einbürgerung eine Flasche Sekt geöffnet! Soviel zur Vorgeschichte, zurück ins Wahllokal ... in dem es den Wahlhelfern nicht gelingt meinen Namen im Wählerverzeichnis zu finden. Während sie mit einiger Skepsis weitersuchen, sage ich, aufgeregt und freudig: »Es ist mein erstes Mal«. Aber auch diesmal prallt die frohe Verkündung meiner Einbürgerung ab und zu mir zurück, wie ein Gummiball. Ich meine, die Gedanken der Wahlhelfer lesen zu können und bilde mir ein »Na und?« ein. Schließlich finden sie meinen Namen, handgeschrieben, am Ende der Liste. Ich gehe mit dem kümmerlichen Blatt aus recyceltem Papier in die Kabine, mache ohne allzu große Überzeugung mein Kreuz, und als es vorbei ist, frage ich mich: »Und das war jetzt schon alles?!«
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